Gioco
Nautica a Livorno: «Salari migliori e assunzioni se il settore vuole un futuro»
Braccini, segretario Fiom regionale: «Azimut sia capofila del cambiamento». «Prima il rapporto lavoratori diretti ed esterni era di 1 a 3, ora è di 1 a 10»
LIVORNO. Ogni mattina, dal varco d’ingresso livornese del più grosso stabilimento nautico di proprietà Azimut Benetti, l’azienda leader nel mondo per il settore delle imbarcazioni di lusso, “strisciano” il badge 1500 persone. Fra queste, 220 sono dipendenti diretti, mentre il resto è rappresentato da un numero di lavoratori delle ditte in appalto e subappalto. Un esercito giornaliero complessivo che, sui circa 17mila dell’intero comparto toscano della nautica, rappresenta poco meno del 10 % di uno di quei made in Italy che forniscono fatturati lusinghieri meritati. Perché in questo caso, dire nautica, significa in fondo parlare di tante cose messe insieme che danno alla fine quell’eccellenza che gli altri non hanno.
Sono dati che sviscera Massimo Braccini, segretario regionale Fiom che questo mondo lo conosce bene.
Sempre guardando in casa Azimut Benetti, conta altri 150 lavoratori distribuiti in due siti specializzati sulla vetroresina e che sono di stanza a Viareggio. A Livorno si segue infatti la lavorazione in acciaio che riguarda i mega yacht. Braccini non si ferma qui. Perché spiega che ci sono quelli occupati in altre realtà dove si lavorano scafi. Magari con sede a Marina di Massa.
Un meccanismo di filiera (spiega sempre il sindacalista), che coinvolge quindi molte più persone di quanto non si creda. «Un pezzo della produzione Azimut può eseguirlo infatti una ditta esterna, operando nel proprio capannone. Una volta terminata la lavorazione, essa viene poi trasferita nei cantieri di Viareggio o diLivorno. Si tratta di un ciclo produttivo che alla fine è sempre collegato e che coinvolge dei partner che non lavorano in esclusiva, ma evadono commesse anche per conto di altri prestigiosi marchi che fortunatamente in regione non ci mancano».
Braccini si pone in maniera propositiva, senza mai tuttavia perdere di vista l’obiettivo che persegue istituzionalmente. «Livorno per importanza di personale impiegato e per la produzione di imbarcazioni di grandi dimensioni, è il primo cantiere di Azimut e come sindacato, vorremmo riprendere, da dove si è interrotto, il protocollo di intesa per lo sviluppo e la valorizzazione della nautica che avevamo avviato a tutela del lavoro e della buona occupazione. È evidente che se arrivassero importanti segnali da imprese come Azimut, essi potrebbero poi condizionare l’indirizzo generale, tracciare una via diversa. Azimut Benetti è azienda all’avanguardia in quel che fa e mi piacerebbe che fosse capofila di una politica delle assunzioni portando avanti un filiera produttiva evoluta, creando le condizioni per favorire le professionalità e consolidare il sistema produttivo. Un sistema che per ora non soffre, ma fra qualche anno potrebbe anche cominciare a scricchiolare. Hanno un grande portafoglio ordini, hanno capito con grande lungimiranza l’importanza di immettere sul mercato barche di lusso ma sostenibili per l’ambiente grazie a motori green che già hanno abbassato le emissioni e presto anche di più. Essere alleati e non stare su posizioni contrapposte, alla fine sarebbe positivo per tutti».
E allora si cerca di capire cosa si intenda per quel protocollo di intesa accennato prima, un tavolo avviato con la regione Toscana durante la giunta Rossi e che con quella Giani non sembra aver trovato naturale proseguimento.
«Imprese e sindacati si erano seduti alla ricerca di una sintesi, si parlava di sviluppo della nautica e della buona occupazione. Poi, scaduto il mandato, pensavamo si riprendesse da dove si era interrotto. Abbiamo sollecitato Firenze più di una volta che si tornasse a un dialogo che poteva essere proficuo ma non ci è mai pervenuta risposta».
Eppure la nautica va bene, i dati economici parlano chiaro. «È tutto bello – commenta Braccini –, in un settore dove i dipendenti in gran parte di ditte in appalto e subappalto, rappresentano 17mila persone. Ma le condizioni di lavoro sono arretrate. Una situazione storica, che ultimamente si è un po’ accentuata. Noi vogliamo che questo settore si consolidi».
C’è un però nel ragionamento di Braccini. E il segretario Fiom lo spiega: «Nulla da dire se i profitti procedono in ascesa, ma serve anche una redistribuzione della ricchezza, mi sembra ovvio. Questi cantieri praticamente hanno i siti su proprietà demaniali. Le istituzioni, nella loro complessità, hanno la possibilità di vincolare il rilascio delle concessioni non solo al libero mercato, ma anche vincolando tutto alla buona occupazione e al miglioramento dei diritti dei lavoratori e della sicurezza sul lavoro. Si possono fare scelte politiche di questa natura. Quanta gente assumi? Ok, hai la concessione. E qui, invece, se prima c’era un lavoratore alle dirette dipendenze e tre in quelle ditte degli appalti, adesso il rapporto dice 1 a 10. Significa che si esternalizzano sempre più le produzioni, le aziende non hanno più in mano tanti reparti produttivi e il sistema gradatamente si indirizza sull’arretramento delle condizioni dei lavoratori. Sarà un caso, ma per mansioni di manovalanza, di minor valore aggiunto, vengono da altre parti del mondo. Non si pensa alle professionalità, insomma. Un fattore di contratto, paghe forfettizzate, calibrate su meccanismi che alla fine penalizzano».
C’è un problema legato alle professionalità. «Sono state distrutte esternalizzando, producendo più margine di profitto, perdendo la formazione – afferma il segretario regionale Fiom . Ma pensando al futuro, si può rimediare, basta investire davvero e in pochi anni ci garantiremo, lavoratori e imprenditori un avvenire florido. La Toscana è la patria dell’eccellenza in questo settore. Se le aziende committenti tornano a crearsi i lavoratori in casa, ricostruiscono il tessuto com’era un tempo».
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