Gioco
Livorno, a San Jacopo il tunnel “segreto” sotto la chiesa usato dai monaci agostiniani
Tra testimonianze e suggestioni il tour con Del Chicca e Norfini. «Avrebbe condotto al Bottegone di via dell’Eremo ma per me non è esistito»
LIVORNO. Il giallo del passaggio segreto sotto la cripta. «C’è un mistero nel mistero , ovvero come abbiano fatto molte persone a teorizzare l’esistenza di un passaggio sotterraneo tra la cripta di San Jacopo e il “bottegone” di via dell’Eremo: per me non è mai esistito». A fare il “negazionista” è il sanjacopino doc Enrico Del Chicca portavoce del comitato “Il gioiello dimenticato, la c hiesa di San Jacopo” che, assieme a Simona Norfini, accoglie Il Tirreno nella parte della chiesa che una volta fu torre di avvistamento.
Con gli esperti ecco un viaggio alla scoperta dell’ipotetico passaggio che avrebbe attraversato l’attuale piazza Benedetto Brin per terminare sotto il suddetto “Terrazzone” , edificio demolito negli anni ’60 «e al momento della demolizione – aggiunge a tal proposito Del Chicca – un tunnel si sarebbe visto». «Peraltro – riprende – da ricerche effettuate sembrerebbe pure che in questo edificio non vi fosse alcuna presenza religiosa (l’eremo, appunto, da cui la strada prende il nome) ma solo una fornace di mattoni, un deposito di materiale e forse l’alloggio di alcuni operai. I Padri Agostiniani avevano affittato i locali al celebre pittore Giuseppe Maria Terreni nel 1772».
Con le due guida a vedere il “buco” dal quale si presumeva partisse il passaggio.
«Le sembra l’inizio di un tunnel ? », si domandano.
Ed effettivamente dal buco si vedono solo alcuni pietroni divelti e una sorta di panchina. Per onestà intellettuale Del Chicca parla pure di coloro che sostengono o hanno sostenuto la tesi opposta, citando Mario Razzauti, padre scomparso del vicario episcopale don Paolo, che a suo tempo elaborò una testimonianza nella quale scriveva come nella cripta “fosse stato trovato l’imbocco di un tunnel usato dai monaci agostiniani che conduceva loro dalla chiesa al monastero (Terrazzone) di via dell’Eremo”.
Del Chicca ammette pure l’esistenza di testimonianze di persone che giuravano di aver percorso il passaggio da giovani con tanto di ceri e ossa (le tombe effettivamente ci sono) là ritrovate. Assieme ad altre che assicuravano di non aver mai visto niente in proposito.
Il giallo si infittisce. Ma è bello immaginare. «Peraltro – aggiunge Del Chicca – con tutti i lavori che sono stati fatti negli anni nell’area sopra la quale passerebbe il corridoio come sarebbe stato possibile non evidenziare il passaggio?».
All’interno della cripta ecco alcune chicche: il famoso altare ricavato dallo scoglio, la scultura che ricorda il Golgota (il monte della crocifissione) e la nicchia dove sorgeva la famosa fonte detta appunto dell’Acquaviva che dà il nome alla chiesa.
Da qui passarono molti santi tra i i quali, oltre a quel San Giacono il cui nome è mutato in Jacopo, San Francesco e quella Elizabeth Ann Bayley, moglie di William Seton, da cui prende il cognome, giunta a Livorno per garantire al marito un clima più salubre di quello americano per poi, dopo la morte di questo, dedicarsi alle opere di bene e per essere quindi proclamata santa (la prima di nazionalità statunitense).
Del Chicca rimuove una copertura in legno a mo’ di finestra e al di là della grata, stupiti per l’intromissione, si voltano due ragazzi che prendono il sole sul camminamento che costeggia la chiesa e la divide dal mare.
«La presenza di questi ragazzi ogni tanto ci crea qualche problema – confida la guida – La “geografia” del luogo è composta da tre zone: i bagnanti del suddetto camminamento che accedono scavalcando una balaustra accanto alla chiesa e si calano, con l’aiuto di una corda, su questo stretto corridoio. Poi ci sono quelli che vanno oltre e si “spiaggiano” su quel fazzoletto di sabbia ghiaiosa incastrata tra chiesa e Accademia Navale, spiaggia di proprietà condivisa fra queste due realtà. Poi ci sono gli avventurosi che vanno oltre, sulla stretta scogliera che costeggia esternamente la struttura militare per una cinquantina di metri con tanto di realizzazione di murales. «Nei momenti in cui apriamo le finestre, durante le visite guidate, alcuni di questi ragazzi pensano bene di gridare e di insultarci».
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