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Morto in scooter a Livorno, malore o colpo di sonno: i dubbi sulla dinamica. La moglie: «Sarai sempre nel mio cuore»
Stefano Morlacchi, socio di Uniport, aveva 61 anni. È caduto con il motorino a Porta a Terra. Lascia la moglie Marta e tre figli. Oggi la salma alla camera ardente dei Lupi
LIVORNO. Una cena con i colleghi. Quattro chiacchiere insieme per festeggiare il compleanno di un amico. Fino al momento di andare a dormire. Stefano Morlacchi saluta tutti, sale in sella allo scooter e si mette in viaggio verso casa. Via dopo via. Curva dopo curva. Ma, passata da poco l’una di notte, arriva a una rotonda in via Bacchelli e – secondo la ricostruzione più accreditata – tira dritto. Cade con lo scooter, finisce a terra. E l’urto con l’asfalto gli è fatale. Morlacchi, portuale di lungo corso, muore. A 61 anni. Nulla hanno potuto fare i soccorritori della Svs, arrivati con a bordo il medico del 118, per salvargli la vita.
La dinamica
«Secondo me ha avuto un colpo di sonno», dice la figlia Alice. La polizia municipale, da parte sua, non esclude alcuna ipotesi. E dato che non sembra ci siano testimoni (l’allarme è stato dato da un passante che ha visto Morlacchi a terra) gli agenti si sono adoperati per cercare eventuali telecamere in zona. Ma, al momento, non ci sono elementi per pensare che altri veicoli siano rimasti coinvolti nell’incidente. Le ipotesi più probabili sono quella del malore e, appunto, quella del colpo di sonno alla guida. La procura d’altra parte ha restituito la salma ai familiari nel giro di poche ore, non ritenendo di dover disporre ulteriori esami.
Il lavoro in porto
Famiglia che adesso si trova orfana di un padre e di un marito. Morlacchi lascia la moglie Marta Ferrini e i tre figli: Alice, Emanuele e Valentina. «Babbo amava il calcio e i cani – dice la figlia Alice – e adorava il suo lavoro». Morlacchi avrebbe compiuto 62 anni a ottobre, da qualche tempo era socio della cooperativa Uniport e ha trascorso decenni al porto di Livorno, ricoprendo varie mansioni.
«Era un caposquadra stivatore – racconta Jari De Filicaia, presidente della Uniport –. Si occupava cioè di rapportarsi con navi e terminal per organizzare imbarco e sbarco: sia a bordo che in banchina». De Filicaia esprime condoglianze alla famiglia Morlacchi da parte di tutti i soci Uniport. «Abbiamo saputo ciò che era successo si prima mattina e per tutti noi è stata una doccia fredda. Stefano era una persona perbene e un gran lavoratore». Morlacchi, insomma, adorava il porto. «A fine anno avrebbe maturato i requisiti per la pensione – dice il presidente di Uniport –, ma a dire la verità non era molto contento di andarsene». Tra famiglia e lavoro di tempo libero non ne aveva molto, ma quando poteva si dedicava alle sue passioni: il calcio e i cani. «Era una persona assolutamente disponibile. Uno che non si tirava mai indietro nel momento in cui qualcuno aveva bisogno di una mano. Sapevamo che su di lui si poteva sempre fare affidamento».
L’ultimo saluto
Colleghi e amici adesso si stringono intorno alla famiglia, nel giorno del dolore più grande, inviando moltissimi messaggi di cordoglio anche sui social network.
«Perché Dio me lo hai portato via – scrive la moglie Marta nel suo profilo Facebook pubblico –. Amore, Stefano rimarrai sempre nel mio cuore. Vivrai con me. Ti amo». La salma di Morlacchi è stata trasportata al cimitero dei Lupi da un mezzo delle onoranze funebri della Svs di Livorno e questa mattina sarà esposta alla camera mortuaria. Non ci sarà una vera e propria funzione, ma chi vorrà potrà dare l’ultimo saluto a Stefano, l’instancabile lavoratore portuale che per anni ha portato la sua esperienza in banchina. Il babbo, il marito e l’amico che i colleghi ricordano come una persona «perbene, buona e disponibile».
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