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Droga e 'ndrangheta: 41 arresti in tutta Italia, un quarantenne preso a Livorno
L'uomo, di origine napoletana e da tempo in pianta stabile in città, è stato trasferito in carcere dalla guardia di finanza
LIVORNO. Quarantuno arresti per traffico di stupefacenti, uno dei quali – un quarantenne di origine napoletana – si era da tempo trasferito a Livorno e ora è in carcere. Grazie al “brokeraggio” senza sosta del boss – il latitante trentasettenne arrestato in Spagna nel 2021, Giuseppe Romeo della ’ndrina Staccu di San Luca – la droga, dai cartelli di produzione sudamericani, giungeva nei porti dell'Europa settentrionale, in particolare Anversa e Rotterdam, per essere poi distribuita in tutta Europa.
La gestione del mercato italiano era affidata a “funzionari” calabresi da anni residenti nel Parmense e nel Reggiano, in Emilia, solo lontani parenti dei loro colleghi protagonisti dell’inchiesta “Aemilia”: grazie ma basi logistiche dislocate in varie regioni (Calabria, Lazio e Lombardia), e grazie a corrieri e imprese compiacenti anche nel Modenese, tutti erano in grado di occuparsi dei traffici illeciti della cosca. E lo facevano «con professionalità e disinvoltura».
Lo ha spiegato la guardia di finanza, che ieri ha dato esecuzione a 41 ordinanze di custodia cautelare (37 in carcere, tre ai domiciliari e un obbligo di dimora). Gli arresti riguardano le province di Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, Milano, Cremona, Brescia, Pavia, Roma, Potenza, Crotone, Reggio Calabria e come anticipato Livorno, dove ieri mattina le fiamme gialle hanno arrestato un quarantenne partenopeo, tutti a carico di «persone appartenenti a un’associazione a delinquere composta da italiani appartenenti o contigui alla ’ndrangheta reggina e crotonese, specializzata appunto nel traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana».
Sono stati ricostruiti traffici che sfiorano i 1.200 chili di cocaina, i 450 di hashish e i 95 di marijuana: avrebbero fruttato all’associazione decine di milioni di euro, parzialmente reimpiegati in 14 società intestate a prestanome e utilizzate anche per “mascherare”, in lockdown per il Covid, trasporti di droga attraverso false bolle di accompagnamento. La rete, infatti, si estendeva fino in estremo Oriente, attraverso un sistema informale di trasferimento di denaro: dopo aver prelevato grandi somme di contanti i complici cinesi provvedevano a inviarlo, attraverso una lunga catena di bonifici, ad aziende commerciali in Cina e Hong Kong.
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