Il Tirreno

Livorno

L’inchiesta

«Vendeva zaini falsi su Facebook». Livornese di 35 anni patteggia, altri sei a processo – I nomi

di Stefano Taglione
«Vendeva zaini falsi su Facebook». Livornese di 35 anni patteggia, altri sei a processo – I nomi

I prodotti contraffatti piazzati su “Marketplace” in cambio delle ricariche Postepay. Li avrebbe ordinati da alcuni fornitori del Sud Italia

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LIVORNO.  Nel periodo più duro della pandemia, quando anche i negozi erano chiusi per il lockdown, avrebbe venduto attraverso i social network «merce contraffatta, fra cui diversi zaini Fjällräven». La sua vetrina era virtuale: era – secondo l’accusa – il famoso “Marketplace” di Facebook, il luogo di interscambio ideato da Mark Zuckerberg e per cercare i suoi capi di abbigliamento a prezzi molto convenienti, contraffatti stando alla ricostruzione della procura, bastava digitare “Livorno” o “Toscana”. È per questo che una livornese di 35 anni, Sharon Friscia, ha patteggiato un anno di reclusione e 1.200 euro di multa per ricettazione (con la pena sospesa) e altre sei persone sono indagate per gli stessi reati.

Le accuse

Secondo l’accusa Friscia – con il nickname “Sharon Sharon” – avrebbe «messo in vendita sul canale Facebook zaini recanti il marchio contraffatto Fjällräven, facendosi accreditare le somme derivanti dalle vendite dei prodotti stessi su una carta Postepay». Difesa dall’avvocata Giorgia Piccinini la donna è estranea all’importazione in Italia dei capi contraffatti e dal commercio illegale che le è stato contestato, nel quale lei figura come l’ultimo e più debole anello della catena, avrebbe guadagnato solo poche decine di euro. Inizialmente era stato indagato anche il marito, ma lui è stato prosciolto. Sempre attraverso lo stesso circuito postale avrebbe ricaricato i suoi fornitori, cioè le persone che durante la pandemia le avrebbero spedito a casa i prodotti falsi da piazzare sul mercato livornese. Un giro d’affari complessivamente importante, secondo la procura, che è stato scoperto nel luglio del 2020, appunto dopo il periodo più duro della quarantena da coronavirus.

Gli altri indagati

Per concorso nei reati di ricettazione e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, invece, la pubblico ministero titolare dell’inchiesta delegata alla guardia di finanza, Alessandra Fera, ha richiesto il rinvio a giudizio per la trentaquattrenne Rita Grella (originaria di Teano, nel Casertano, e residente a Cerignola, nel Foggiano), il coetaneo Piero D’Orsi (stesso luogo di nascita e domicilio), il cinese di Sessa Aurunca (Caserta) Yanfan Dai (33 anni), la trentottenne beneventana Paola Furno, la coetanea barese e residente ad Altamura Antonia Francesca Bottalico e la cinquantunenne svizzera, residente nel Catanzarese, Rosina Lacava. Per loro venerdì scorso, davanti alla giudice dell’udienza preliminari Tiziana Pasquali, si è svolta la prima udienza, che si è però conclusa con un rinvio inevitabile a causa di un difetto di notifica.

I presunti gestori

Friscia si sarebbe rifornita da Grella, ricaricando di volta in volta le Postepay indicate a lei da quest’ultima: ad esempio quelle di D’Orsi e Dai. Gli ordini al “produttore” – secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – avvenivano su Whatsapp, mentre la “vendita livornese” attraverso Facebook. Grella e D’Orsi «in qualità di fornitori avrebbe gestito e controllato la vendita e la spedizione dei prodotti contraffatti, avvalendosi della collaborazione di altri fornitori come Furno e Bottalico». I due si sarebbero occupati, inoltre, «della riscossione dei pagamenti, previa indicazione ai singoli venditori (fra cui Friscia) dei numeri delle carte Postepay su cui di volta in volta effettuare l’accredito, amministrando le chat e detenendo la successiva spedizione (con annessi cedolini) e messa in vendita dei capi contraffatti fra cui otto capi di abbigliamento, 14 borse, 11 paia di scarpe, tutti recanti marchi contraffatti come Puma, Moncler, Adidas, Louis Vuitton, Nike, Hogan, Armani, Timberland, Northface, Dolce & Gabbana e altri». Friscia, stando alla tesi della procura, avrebbe venduto solamente gli zaini della marca svedese Fjällräven, un’azienda vocata alla qualità, comunque ritenuti contraffatti.

Il sistema

Paola Furno è accusata di «attività di fornitura e vendita, attraverso la pubblicazione di fotografie e cataloghi di prodotti online con i profili social “paolafurno_moda” e “Paola Moda Furno”, sia su alcune chat di gruppo». Bottalico avrebbe fornito «la merce contraffatta di provenienza estera, utilizzando anche canali Telegram dove venivano pubblicati i prodotti e i relativi prezzi, dovendosi aggiungere al prezzo della merce un importo aggiuntivo a titolo di guadagno per il singolo rivenditore e pubblicando infine anche il tariffario delle spedizioni». Sempre secondo i magistrati «deteneva, per la successiva spedizione e messa in vendita, almeno 56 capi contraffatti, riconducibili a noti marchi di moda come Adidas, Gucci, Rifle, Wrangler, Nike, Dolce & Gabbana ed Emporio Armani».

Le ricariche Postepay

I pagamenti sarebbero avvenuti sempre in modo tracciato, attraverso le ricariche Postepay. E le spedizioni con i corrieri. Del resto, durante il lockdown, si poteva uscire solo per motivi strettamente necessari ed era indispensabile il pagamento telematico. Il cinese Yanfan Dai viene chiamato in causa perché avrebbe «messo a disposizione a Grella e D’Orsi la propria tessera sanitaria, nonché la sua Postepay, per l’accredito delle somme da parte dei venditori e, in particolare, da Friscia che il 20 giugno del 2020 gli avrebbe caricato 229 euro come corrispettivo per l’acquisto di merce contraffatta da Grella». Lacava, infine, avrebbe collaborato con Furno «spedendo la merce contraffatta dai clienti che acquistavano da Furno, ricevendo da quest’ultima i pagamenti su una Postepay a lei intestata, detenendo per la vendita otto capi di marchi contraffatti Fendi, Chanel, Louis Vuitton e Gucci. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Mery Weaver, Alessandro Viti, Giovanni La Motta, Antonio Gallo e Lorenzo Guarino.
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