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Fragilità e riscatto, al Goldoni gli "Scaraventati" accarezzano l'animo e fanno il pieno di pubblico

di Simone Fulciniti
Fragilità e riscatto, al Goldoni gli "Scaraventati" accarezzano l'animo e fanno il pieno di pubblico

Applausi, riflessionie  lacrime per la prima nel nuovo spettacolo dei Mayor. In sala tutto esaurito: nelle due serate 1.800 spettatori

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LIVORNO.  Se c’è una cosa nella quale i Mayor Von Frinzius sono imbattibili, è senza dubbio la capacità di cogliere tutte le sfumature, anche le più profonde dell’animo umano. Assistere a un loro show è come fare una torta, molto articolata: mettere insieme tanti ingredienti, impastare, cuocere. E poi, finalmente, gustare. E i sapori sono sorprendenti, passano rapidamente dal dolce al salato; contrasti complicati, che a volte però incantano il palato. Questo è il segreto per ottenere consensi e applausi a scena aperta. E riempire il Teatro Goldoni, due sere di fila. “Scaraventati”, l’ultimo lavoro della compagnia inclusiva diretta da Lamberto Giannini, non fa eccezione, e si inserisce in una scia aperta da tempo, che filosoficamente si potrebbe definire incessante.

Incessante è una parola cara alla band di Lamberto Giannini: un po’ per il ritmo forsennato, senza pause, che rende l’onda cavalcabile. Un po’ per l’adrenalina negli occhi degli attori, tutti senza eccezioni, che salgono sul palcoscenico motivati più dell’Inter prima della finale in Champions League.

Ma come si arriva a questa quadratura del cerchio: col lavoro. Il professor Giannini, avrà i suoi pregi e i suoi difetti, c’è chi lo ama profondamente, chi lo critica, ma dal punto di vista dell’impegno e della preparazione dello spettacolo è di un altro pianeta.

Solo lo spettatore più accorto, quello che non si lascia trascinare dall’onda incessante, ma che osserva i minimi dettagli dell’azione, si rende conto delle ore, del sudore, della fatica dell’organizzazione, del sacrificio, delle gioie e dei dolori, delle notti insonni, della grande passione e volontà ferrea del regista e dei suoi fedeli collaboratori.

Questo è il punto fondamentale: il gruppo. La sua forza. La condivisione. E qui torna la metafora calcistica: lo spogliatoio è eccellente, e sul campo gli attori si aiutano a vicenda, chi ha di più supporta chi ha di meno, si mette a sua disposizione, e fornice quegli assist vincenti che permettono a tutti di rimanere impressi.

Anche solo per un momento, ma un momento che dura all’infinito. Che entra dentro. Che cattura. In “Scaraventati” ci sono istanti di questo tipo. Battute che rimangono in testa anche a fine serata, e ti accompagnano nelle ore successive, ma anche nei giorni, regalandoti sorrisi. Spesso sono passaggi autoironici, che pervadono in testa e trovano summe gloriose in battute come: domanda “Com’è questo spettacolo”? Risposta “Fa caa”.

Dentro c’è un mondo, fidatevi. C’è uno spaccato di vita. Ci sono pensieri che corrono, ci sono cose difficili da dire, anche solo da pensare, ma che la compagnia dei Mayor e i suoi attori ti propongono costantemente guardandoti in faccia. Perché “Scaraventati” è un’opera che parla di fragilità e di voglia di riscatto. E tu pensi, rifletti, capisci mentre osservi. Capisci la profondità dell’esistenza, la fortuna di godere alcune possibilità non scontate. E di avere un poeta come Giannini, e la sua melanconia che dopo più di venticinque anni lotta ancora. Fortunatamente, contro il perbenismo e le critiche, tentando di realizzare uno spettacolo sempre migliore di quello precedente. Il poeta Giannini, un po’ Pessoa, per inquietudine.l
 

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