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«Io, livornese nella città utopica». Bodhi e la sua vita nella città indiana di Auroville
Cristina Peretti racconta la comunità internazionale dell’Unesco in India. «Sono diventata cittadina nel 2020: tutto molto spirituale e all’avanguardia»
LIVORNO. In Italia, abitante di Livorno, come Cristina Peretti e, come Bodhi, in India, cittadina di Auroville – una comunità internazionale sperimentale fondata nel 1969 sotto l’egida dell’Unesco.
La vicenda personale della “figlia del mondo”, Cristina, è l’avventurosa storia di un pellegrinaggio spirituale tra Europa ed Asia durato venticinque anni e di nuovi modi per conoscere l’universo circostante (ed interiore) attraverso la meditazione e la scoperta di sé.
Classe 1963, con una laurea in economia e commercio, un passato da manager in una multinazionale e diverse collaborazione freelance per lo sviluppo di progetti di formazione dell’Unione Europea con istituzioni pubbliche e private, i primi 38 anni di vita della dottoressa Peretti sono stati tutti business e lavoro, anche grazie ad un curriculum da perfetta “donna in carriera”, come la pellicola di Mike Nichols di fine anni Ottanta. Ma, ad un certo punto, come in certe trame di Hollywood, fa capolino una crisi interiore, il dubbio, l’amore per un musicista francese, la passione per l’India e, di colpo, la bussola dell’ordinario costituito salta. La vita di Cristina Bodhi Peretti è un po’ come un film. La ascolti e ti immagini le scene, l’inizio, la scelta di mollare tutto, la cittadinanza nella Città utopica, posto unico al mondo, dove sperimentare la propria vita in un ambiente aperto ed internazionale.
Cos’è successo nel 1998?
«La mia è una storia abbastanza standard del classico “prendere e lasciare tutto”. Da tempo, seguivo un maestro indiano, Osho, e sono approdata in India nel 1998, a Pune. Dal 1998 ho fatto in modo di organizzarmi la vita in maniera diversa rispetto a quella occidentale classica: lavoravo stagionalmente, qui, durante l’estate, per poi andare a vivere in India in inverno, dividendo l’anno in due parti esatte – sei mesi in Europa e sei mesi in India. L’ho fatto ininterrottamente fino al 2005. Poi mi sono fermata e sono andata a vivere nella comune di Osho vicino a Casole d’Elsa, Siena, presso l’Istituto Osho-Miasto. Sono stata 7 anni senza tornare in India».
Che lavoro ha svolto negli impieghi stagionali?
«In India avevo cercato di migliorare la mia manualità. Io, abituata alle scartoffie e al lavoro d’ufficio, mi sono specializzata in massaggi, bioenergetica e rebirthing. Con queste nuove qualifiche ci ho lavorato per anni, in Europa e in Asia. Ho lavorato nelle Spa, nei Centri Benessere e sugli yacht privati».
Quando è tornata in India?
«Nel 2013 mi sono recata a Goa. E lì, per caso – ma in India non accade niente per caso – frequentando un corso di tango, ho conosciuto un’amica che mi ha suggerito di andare a visitare la città dove viveva: Auroville. Ero perplessa, ne avevo sentito parlare, ma mi sembrava un posto noioso. Invece, arrivata ad Auroville, ne rimasi colpita».
Ci può spiegare cos’è, di preciso, Auroville?
«Auroville è una città utopica in mezzo alla foresta nel sud-est dell’India, costruita dal nulla a partire dal 1968-69. In una sorta di “gran canyon” di sola terra rossa, i futuri aurovilliani hanno iniziato a portare acqua e piantare alberi. È nata così una città sperimentale sorta dalla visione di Sri Aurobindo, mistico indiano morto nel 1950, ed edificata dall’architetto francese Roger Anger per volontà della compagna spirituale di Aurobindo, Mirra Alfassa, nota come Mère (la Madre), scomparsa nel 1973. Lo scopo di Auroville è quello di realizzare l’unità umana. E' definita anche la Città Utopica, creata per poter far convivere in armonia gente di religione diversa, nazionalità diversa, etnia diversa cercando anche di migliorare le condizioni di vita dei villaggi circostanti. Oggi, Auroville, ha circa tremila abitanti, appartenenti a 60 nazionalità diverse. Gli indiani sono il gruppo più numeroso, poi ci sono i francesi, i tedeschi e gli italiani».
Quando è diventata cittadina di Auroville?
«È un percorso che ha un iter complesso, articolato nel tempo. Per cominciare, si va ad Auroville in visita come “volontari” e si offre lavoro gratuitamente. Questo io l’ho fatto nel 2017. Anche per fare il volontario c’è bisogno di un visto di entrata particolare. Mesi prima, si fa la domanda. Se al loro “Entry Service” vai bene, ti mandano una lettera di invito che deve rimanere sigillata e va consegnata direttamente all’ambasciata indiana a Roma. Quando mi hanno ammessa, sono andata a lavorare in un centro benessere sul mare come terapista di shiatsu. Dopo ho richiesto di diventare Aurovilliana. Il processo dura più di un anno. Si lavora, retribuiti, come “new comer”, partecipi a dei corsi per conoscere tutte le realtà che sono presenti nella cittadina ed hai due mentori aurovilliani che ti accompagnano e ti supportano. Ho terminato il mio percorso di ammissione nel 2020».
Perché vivere lì?
«Auroville è un posto unico al mondo, dove sperimentare la propria vita in un ambiente aperto ed internazionale, in una cittadina totalmente immersa nella natura vicino all’oceano indiano. È una comunità che ha cinque riconoscimenti da parte dell’Unesco come patrimonio dell’umanità. È all’avanguardia. Vi faccio un esempio con l’istruzione. C’è un grande e moderno laboratorio linguistico che adotta la metodologia di Tomatis per l’apprendimento e scuole molto innovative, che vanno dalle materne alle superiori. Una di queste è “Last School”, che segue l’attitudine e l’inclinazione di ogni singolo allievo considerando il suo individuale percorso ed attivandosi per questo: vuoi fare l’ingegnere? Ti preparano per questo. Vuoi suonare il sassofono? Fanno di tutto per farti diventare professionista. Il focus è sull’evoluzione personale dell’individuo e non solo sul programma scolastico».
La città ha una forma particolare?
«C’è un sito che la racconta, “auroville.org”. La cittadina è costruita a forma di galassia. Al centro c’è il Matrimandir (il Tempio della Madre), alto 24 metri, luogo di pace e della fratellanza, eretto per la meditazione: da lontano sembra un’enorme palla da golf (l’esterno è laminato oro, pulito da giovanissimi acrobati/atleti due volte a settimana); ci si accede percorrendo meravigliosi giardini e salendo su delle rampe che sembrano portare ad un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, una sorta di astronave con un’energia intensa. Nella parte alta di questa enorme sfera troviamo la “Chamber”, dove si può sostare un’ora al giorno per meditare».
Come mai adesso è rientrata a Livorno? «Sono tornata il 31 marzo 2023. La mia casa è sempre là. In questo momento c’è un house-sitter, una ragazza cilena, che me la cura (spero). Il motivo del mio rientro, senza misteri, è la Pandemia. Ho passato ad Auroville tutti i lockdown. La città era chiusa. Nessun turista. Non si lavorava. Non potevo tornare. Sarei dovuta rientrare in Europa per lavorare ma non è stato possibile. Allora ho avuto paura, non del Covid in sé, ma del blocco totale, mi sono sentita in gabbia e mi sono fatta delle domande. Per questo ho deciso di finire qui quello che mi manca alla pensione, poi tornerò là. Ho fatto un concorso pubblico lo scorso anno e sono arrivata terza nelle selezioni riprendendo le fila di un mio vecchio lavoro, quello che facevo prima del “capitolo India”. Fa sorridere: il posto fisso a sessant’anni! Però, se ci penso bene, è un po’ la storia della mia vita: mi sono sempre saputa reinventare e trasformare».
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