Il Tirreno

Livorno

La testimonianza

Livornese salvato da 20 orche nell'Atlantico: «Ho temuto che ci mangiassero vivi» – Video

Stefano Taglione
A sinistra Enzo Bencini, a destra una delle orche
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A sinistra Enzo Bencini, a destra una delle orche

Il giornalista Enzo Bencini, 63 anni, non smetterà di andare per mare. «Voglio comprarmi una barca per navigare»

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LIVORNO. «Non ho avuto paura e la mia non è spavalderia: in mare ci vado da 50 anni. Ma dopo il salvataggio da parte della guardia costiera, quando i soccorritori mi hanno detto che prima di noi una barca era stata affondata da quei cetacei, ho pensato che sarei facilmente potuto diventare il loro pasto».
 

A parlare – dopo essere scampato tre giorni fa all’attacco di 20 orche sullo Stretto di Gibilterra, come riportato ieri dal Tirreno – è il livornese Enzo Bencini (originario di Fauglia, nel Pisano, dove recentemente è tornato a vivere), giornalista a capo per 20 anni dell’ufficio stampa e delle relazioni esterne dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, in pensione dall’estate scorsa. Il sessantatreenne, figlio di un ex primario dell’ospedale di viale Vittorio Alfieri e che nell’ultimo ventennio ha abitato a Roma, stava concludendo la traversata dell’Oceano Atlantico da Martinica a Malaga, con scalo alle isole Azzorre, ed era in compagnia di altri sette cittadini del Nord Italia (incluso lo skipper) su una barca a vela lunga 50 piedi, circa 17 metri, quando il branco di cetacei ha mangiato il timone scambiandolo per la pinna di una balena, continuando poi a sbattere fortissimo contro lo scafo. Rischiando di inabissarlo. «Un fenomeno che sta diventando sempre più frequente – sostiene il pensionato, che in questi giorni ha raggiunto Malaga in auto dal porto spagnolo di Barbate, dove è stato rimorchiato dalla guardia costiera – e di cui comunque eravamo a conoscenza. Non pensavamo, però, che potesse succederci davvero».

Bencini, che da pensionato ha molto tempo libero, nonostante la terribile esperienza vuole tornare a navigare il prima possibile. «Voglio viaggiare – conferma – e dopo essere stato sull’Himalaya, nei mesi scorsi, ora voglio andare per mare. Mio fratello è stato comandante di navi cargo e velieri, in famiglia ce l’abbiamo nel sangue. Non vedo l’ora di comprarmi una barca. Andare sullo Stretto di Gibilterra da solo? Chissà, magari non subito: pensavo di veleggiare verso Corsica o in Sardegna, al massimo in Tunisia».

La disavventura, insomma, non lo ha condizionato. Anche perché l’attacco delle orche è avvenuto al termine di una traversata oceanica molto avventurosa, dove ci sono stati anche altri imprevisti non da poco. «Il tragitto di ritorno dall’America, da Martinica all’Europa – racconta – è più difficile rispetto a quello di andata, che prevede l’attraversamento di aree più calde come le isole Canarie ed è certamente meno tecnico. Al contrario, invece, avvicinandosi alle Azzorre si incontrano grosse perturbazioni che vanno solo lambite, in modo che il vento ti spinga di poppa. È successo anche a noi, solo che a un certo punto mentre ero di turno al timone la tempesta ci ha fatto saltare una catena e siamo dovuti andare con il pilota automatico fino alle Azzorre».

Con un timone diverso, il secondo per fortuna ancora funzionante, i sette componenti dell’equipaggio hanno quindi raggiunto l’arcipelago portoghese per le riparazioni, andate avanti una settimana. «Lo skipper era riuscito a ripararlo solo provvisoriamente – sottolinea il giornalista – ma con le onde alte cinque metri rischiava di rompersi di nuovo, quindi abbiamo usato il timone principale solamente per le manovre in porto. Nelle traversate atlantiche le condizioni meteorologiche possono diventare rapidamente pessime e difficili, quindi dobbiamo essere preparati e organizzati. Nel nostro caso si era rotto anche un perno, sostituito poi con un bullone dallo skipper, e per tre giorni non è stato semplice navigare in queste condizioni. Ma ce l’abbiamo fatto. Anche a salvarci dalle orche». 

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di Redazione web