Il Tirreno

Livorno

Il lutto

Morto Sergio Albanese, comandante del porto di Livorno nella notte della tragedia del Moby Prince

Morto Sergio Albanese, comandante del porto di Livorno nella notte della tragedia del Moby Prince

Aveva 88 anni. Fu travolto dalle polemiche sui soccorsi: ascoltato anche in commissione d'inchiesta. La moglie Franca, elbana: «Non si porta nessun segreto nella tomba»

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LIVORNO. Se ne va un altro dei personaggi il cui nome è indissolubilmente legato alla strage del Moby Prince del 10 aprile 1991. È morto a 88 anni a Trieste Sergio Albanese, contrammiraglio della Marina che quella tragica notte in cui il traghetto della Navarma si schiantò contro l’Agip Abruzzo era il comandante del Porto di Livorno. Albanese viveva nel capoluogo friulano con la famiglia. Lascia la moglie, Franca Pacini, originaria di Portoferraio all’isola d’Elba e le figlie Marina e Nicoletta, oltre ai nipoti. Nato a Molfetta (Bari), dopo il liceo classico Albanese si era laureato in Giurisprudenza all’Università di Bari e dopo la pratica forense aveva fatto la leva di mare (in quegli anni 24 mesi). Fece il bando per le Capitanerie e frequentò l’Accademia Navale di Livorno. Ha sempre coperto in carichi di comando a Crotone, a Manfredonia, a Barletta, Pescara fino a Portoferraio dove ha conosciuto la donna che sarebbe diventata sua moglie. Per tre anni resse il comando della Capitaneria di Porto di Olbia dove fra l’altro gli fu tributato un encomio per aver coordinato il recupero di merci pericolose da una nave affondata non lontano dall’isola di Tavolara. Promosso capitano di vascello fu indirizzato a Cagliari come reggente, poi direttore Marittimo ad Ancona prima di arrivare a Livorno dove è stato dal 1989 al 1991, anno della tragedia Moby Prince. Il 10 aprile 1991 alle 22.25, pochi minuti dopo la partenza, il traghetto entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, squarcia la cisterna 7 e si incendia. Per i familiari delle vittime - nessun dubbio - da trentadue anni questa è una «strage».

La Procura di Livorno guidata da Ettore Squillace Greco, invece, la ipotizza solo da alcuni anni, nella terza inchiesta sull’incidente: unico reato non prescritto. Una tragedia, quella del Moby, che ha visto l’ammiraglio Albanese al centro delle polemiche per la macchina dei soccorsi dal momento che - come sarà dimostrato molti anni dopo grazie anche al lavoro di due commissioni d’inchiesta - i passeggeri del Moby non morirono tutti nell’arco di mezzora, ma per alcuni di loro l’agonìa si protrasse per alcune ore. A capo dei soccorsi, quella notte, c’era proprio Sergio Albanese che non appena informato della collisione arrivò al porto di Livorno da La Spezia, dove si trovava. Dopo il nulla di fatto delle prime inchieste che non hanno mai evidenziato falle nei soccorsi ritenendo impossibile avvicinarsi al traghetto in fiamme, l’organismo del Senato ha ribaltato le ricostruzioni ufficiali, eliminando tutti i punti fermi su cui erano fissate le indagini degli inquirenti e i processi e coinvolgendo per la prima volta anche gli armatori. Niente nebbia e i 140 che potevano essere salvati. Eppure il comandante Albanese si era sempre difeso da ogni accusa - seppur non essendo mai indagato - finendo anche nel mirino del comitato delle vittime che ne ha sempre contestato l’operatività quel giorno ed il fatto di non essersi adoperato a sufficienza per soccorrere persone che potevano ancora essere salvate. Fatto sta che dopo il Moby e una promozione, il rapporto di Albanese con Livorno si chiude.

«Non si porta nessun segreto nella tomba - dice la moglie Franca Mio marito era un uomo tutto d’un pezzo. Ha fatto una carriera importante e si è sempre battuto per la Capitaneria e anche per il porto di Livorno. Dalla tragedia del Moby Prince ha sempre combattuto a viso aperto per la verità e per i suoi uomini. Senza il clima ostile che si è creato, ci saremo stabiliti lì. Dopo la tragedia abbiamo deciso di trasferirci altrove. Anche nei momenti critici ha voluto sempre tenere la famiglia unita ed è stato un ottimo padre. Il legame col livornese è però rimasto, in particolare grazie all’Elba. Lì abbiamo parenti, amici e affetti. Abbiamo spesso pensato di andare a vivere a Portoferraio dopo la pensione. Prima la scelta di stare vicino ai nostri figli, poi la malattia non lo hanno consentito».Dimessosi dalla Marina Militare Albanese continuerà a lavorare al porto di Trieste. Dopo due anni di incarico svolgerà le funzioni di giudice di pace per altri 8 anni fino ai limiti di età (75 anni). Il funerale avrà luogo sabato nella Chiesa di San Antonio Nuovo in Trieste.

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di Redazione web