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Migranti a Livorno, il capitano di Emergency: «Disidratati e disorientati. Sapevano che la fine era vicina»
Mayordomo, il capomissione di Emergency che ha portato i migranti a Livorno «Vanno chiamati naufraghi e vanno salvati ma quel decreto è fatto per farli morire»
Livorno «Il decreto Piantedosi è disegnato per far morire le persone in mezzo al mare». Albert Mayordomo, capomissione della Life Support di Emergency, non usa perifrasi per dire la sua sulle decisioni governative che nell’ultimo caso hanno indicato in Livorno il primo “porto sicuro” per l’arrivo di 35 profughi salvati a 670 miglia, circa mille chilometri dalla nostra città.
«Faccio questo lavoro dal 2016 e non ho mai vissuto una situazione di questo genere, così pericolosa – continua Mayordomo -. Per arrivare a Livorno abbiamo impiegato quattro giorni e ce ne vorranno altrettanti per tornare nella zona Sar maltese. Nel Mediterraneo siamo solo tre Ong e se ci sono imbarcazioni e naufraghi in difficoltà in questi otto giorni in cui noi siamo lontani dalla zona di soccorso, cosa può accadere? Il rischio è che le barche finiscano per affondare in mezzo al mare insieme a decine di persone perché noi siamo costretti a muoverci verso porti lontani».
Quando parla dei migranti Mayordomo usa spesso la parola “naufraghi” e ci tiene a sottolinearla. «Sì, il linguaggio è importante per umanizzare questa situazione. Si tratta di naufraghi, persone in difficoltà, e una volta saliti sulla nostra nave diventano sopravvissuti, non ci sono altri termini da utilizzare».
La volontà di Emergency e delle altre Ong sarebbe quella di riuscire a far sbarcare le persone salvate in porti più vicini alla zona di soccorso per poi fare subito retromarcia tornando in zona. «Il decreto prevede di effettuare un solo soccorso. Quindi se noi dopo aver imbarcato quelle 35 persone, avessimo saputo di un’altra barca in difficoltà non saremmo potuti intervenire. Una volta assegnato il porto di sbarco possiamo solo avviarci verso la destinazione. Se disobbedissimo, la prima volta verremmo bloccati per venti giorni, alla seconda per due mesi e alla terza per un periodo molto più lungo».
In ogni caso l’ultima operazione di soccorso terminata proprio con lo sbarco alla banchina 56 del porto di Livorno è andata a buon fine, senza alcuna difficoltà, anche se le primissime fasi non sono state semplicissime. «Una volta partiti da Marina di Carrara (dove avevano fatto sbarcare 55 migranti a metà aprile, ndr) abbiamo raggiunto nuovamente la zona di soccorso e ci sono state segnalate due imbarcazioni in difficoltà dopo che erano partite da Tobruk. Il mercantile che è intervenuto per intercettare uno dei due natanti ha riportato i naufraghi in Libia, che non si può in alcun modo considerare un luogo sicuro per lo sbarco a seguito di un soccorso. Noi, invece, dopo otto-dieci ore di navigazione siamo riusciti a trovare l’altra barca».
I naufraghi erano in mare da quattro giorni e lo loro condizioni fisiche e psicologiche erano di grande difficolta. «Il segnale alle varie autorità competenti tra Italia, Libia e Malta era già stato dato da 24 ore, ma nessuno ha fatto niente. Se non fossimo intervenuti noi quei 35 naufraghi sarebbero stati ancora in mezzo al mare. Erano disidratati e disorientati, non sapevano dove andare. Per fortuna le condizioni del mare erano piuttosto favorevoli e ci hanno permesso di operare nel migliore dei modi».
Come funzionano le operazioni? «I nostri gommoni vanno in mare per una valutazione iniziale e dopo aver avvisato le autorità competenti procediamo all’evacuazione. La prima cosa che facciamo è dar loro acqua e cibo, oltre ai servizi igienici e sanitari grazie ai nostri medici».
Da quei momenti così concitati fino all’arrivo al Porto di Livorno. «Dopo quattro giorni in mare, senza il minimo aiuto, inizi a pensare che la tua fine sia vicina, quindi nel momento del soccorso l’emozione dei naufraghi si legge chiaramente nei loro occhi. Livorno? Ci troviamo benissimo e lo sbarco è andato molto bene. Ogni volta c’è grande intesa sia con gli operatori del terzo settore, sia con i medici e le autorità regionali e comunali. Rispondono sempre presenti e di questo possiamo solo ringraziarli». l
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