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Livorno, il primario Sani: «Tenete le mascherine in corsia. E’ qui che possono nascere focolai»
Il medico: «I visitatori rischiano di portare il virus in ospedale, bisogna evitarlo. La situazione è sotto controllo grazie alla vaccinazione, ma le ondate non sono finite»
Dal primo maggio l’obbligo delle mascherine in ospedale potrebbe subire un allentamento. Sul tavolo del ministero della Salute c’è infatti l’ipotesi di prevedere il dispositivo di protezione soltanto nei reparti con pazienti fragili e dove c’è alta intensità di cure. Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive degli Spedali Riuniti, che ne pensa?
«È sbagliato nei fatti ed è un sbagliato come messaggio che arriva ai cittadini. Lascia intendere che sia tutto finito».
E invece?
«Non è finita, questo è importante che sia chiaro a tutti».
Ma ormai di Covid non parla quasi più nessuno, anche in ospedale l’allarme è cessato…
«Noi siamo rinati, si lavora come prima del Covid per fortuna. Ma le mascherine negli ospedali e nelle Rsa sono imprescindibili, per il Covid ma anche indipendentemente dal Covid. Vogliamo imparare qualcosa da ciò che è successo? E allora che si tengano protetti i malati, almeno negli ospedali».
L’idea è quella di lasciare l’obbligo solo nei reparti con pazienti fragili.
«Ma i malati fragili sono in tutti i reparti. Non sono solo i trapiantati di midollo, ci sono fragili a Medicina, dove la maggior parte dei degenti è anziana, ci sono in Ortopedia, ci sono ovunque».
L’ospedale (insieme alle Rsa) è rimasto l’ultima frontiera della mascherina. Perché dentro sì e fuori no?
«Gli ospedali per le loro caratteristiche possono essere focolai di contagio, ma anche il punto dove la malattia può riaccendersi e poi espandersi fuori. Per questo serve un’attenzione particolare».
Ma già adesso non tutti rispettano l’obbligo: basta farsi un giro nei corridoi del nostro nosocomio per vederlo, c’è tanta gente che gira senza.
«La mascherina è noiosa, lo capisco. Ma toglierla ci metterà in difficoltà. Deve esserci l’obbligo. In corsia se si contagia un paziente se ne contagiano tanti altri. Nella stragrande maggioranza dei casi i focolai sono dovuti ai visitatori. Le visite ai familiari sono fondamentali, quando non si potevano fare è stata una sofferenza enorme per tutti, ma da lì a far finta che il Covid non esista più sarebbe un gravissimo errore».
La situazione adesso com’è?
«C’è una minima riaccensione dei casi, ma nonostante questo non c’è pressione importante sull’ospedale. Sapevamo che il futuro sarebbe stato fatto di piccole ondate, causate da varianti e sottovarianti. L’importante è che non diano un grande impegno sulle strutture sanitarie. Nelle scorse settimane siamo stati anche a zero ricoverati, ora nel nostro reparto abbiamo due pazienti, di cui uno grave, un terzo lo abbiamo dimesso l’altro ieri. Altri sono a Medicina: in questo caso si tratta di soggetti arrivati con altre patologie che hanno scoperto di essere positivi al tampone prima del ricovero».
Ma lei ritiene che l’emergenza sia finita o no?
«Direi di sì, se per emergenza si intende avere ospedali pieni di ricoverati per polmoniti».
Ma il virus quanto gira?
«Circola tanto ed è sottostimato».
Ma non fa più danni. Perché?
«Stiamo beneficiando dell’effetto positivo della vaccinazione. E devo dire che nonostante sulla quarta dose non ci sia stata una grande risposta, le persone sono protette anche per il fatto che il virus ha girato molto e continua a farlo. Chi ha fatto la vaccinazione e si è contagiato ha il massimo della protezione».
Per il futuro teme ripartenze serie?
«Avremo riaccensioni epidemiche qua e là, ma senza grossi problemi. Sono fiducioso che andrà tutto bene a questa mandata».
E le nuove varianti?
«Da quando c’è Omicron abbiamo avuto tantissime sottovarianti, che cambiano in continuazione. Nella nostra zona la predominante è ormai la Kraken, che in America ha dato molte reinfezioni e problemi, mentre qui non ha comportato particolari problematiche».
Perché?
«Nonostante il fatto che queste sottovarianti, almeno in teoria, potrebbero sfuggire ai vaccini, ciò non succede perché siamo protetti da una vaccinazione ben fatta e in molti casi da una precedente infezione associata alla vaccinazione».
Anche il numero dei morti per Covid si è praticamente azzerato.
«L’ultimo decesso in ospedale è avvenuto alcune settimane fa per una polmonite Covid. Era un anziano non vaccinato».
È per questo che il virus non fa più paura.
«Chi è vaccinato è tranquillo. Ai pochi non vaccinati consiglio di fare la vaccinazione. Così come deve fare la quarta dose chi rientra nelle categorie a rischio o è over 65. E poi ci sono i soggetti vaccinati ma immunodepressi in cui la vaccinazione non dà efficacia, come sappiamo».
Perché?
«I malati oncoematologici, quelli che hanno leucemie o linfomi e devono fare terapie, sono compromessi da malattie e dalle cure che tolgono loro l’immunità. Se si contagiano, il virus ha in loro un andamento cronico, non va mai via in sostanza, per cui possono avere tutti i problemi causati dal Covid, a partire dalle polmoniti».
Almeno le cure funzionano?
«Stiamo usando antivirali per periodi prolungati che stanno dando risposte eccezionali e devo dire che abbiamo risolto quasi tutte le situazioni. Ma questo non cancella il problema. Questi malati rappresentano una nicchia per i quali il contagio sarà sempre un aspetto critico. Ed è una nicchia numerosa, non sono situazioni sporadiche, le malattie ematologiche sono in aumento, la nostra Ematologia è piena di malati».
Tempo fa aveva auspicato una vaccinazione annuale. La vede ancora così?
«Avrebbe senso se uscissero dati per cui la malattia può ripartire. La mia preoccupazione era che la vaccinazione scadesse come accaduto per Delta, ora invece sta durando di più, ma non sappiamo quanto durerà. Quel che è certo è che il vaccino ha funzionato: se confrontiamo la mortalità tra la Cina e l’Italia si capisce bene. Quando la Cina ha spalancato le porte interrompendo le limitazioni ha avuto un picco di contagi spaventoso col nostro stesso virus. È la chiara dimostrazione che i nostri vaccini e la nostra campagna hanno funzionato. In Cina hanno vaccinato le persone in età lavorativa lasciando gli anziani senza protezione e per di più usando un vaccino poco efficace. Guardate le epidemie che ha avuto il Cile che aveva vaccinato più di tutti col vaccino cinese…».
Un mese fa ha ricevuto la Canaviglia, onorificenza della città di Livorno e ha raccontato di aver fatto retromarcia sull’idea di lasciare l’ospedale. Resterà?
«Durante il periodo Covid non avrei mai mollato, ma è stata un’esperienza impegnativa che mi ha stancato, stressato, creato disagio. Ho 65 anni e da quest’anno potrei andare in pensione e avevo pensato di andare, ma ho un reparto molto vitale. Il riconoscimento che ho avuto lo divido col reparto, voglio restare per creare le condizioni grazie alle quali il reparto vada avanti anche senza di me. Le malattie infettive sono una disciplina di salute pubblica fondamentale. Non è che non vado via perché ho ricevuto la Canaviglia, ma sicuramente quel riconoscimento mi ha dato soddisfazione, voglia di continuare. E poi devo essere sincero: penso di aver ancora da dare ai malati e non voglio darlo al privato, voglio contribuire all’offerta del servizio pubblico in cui credo fermamente».
Servizio pubblico che in realtà soffre sempre di più…
«Sono molto preoccupato per futuro della sanità pubblica. I segnali non sono buoni: mancano personale e risorse, è un tema di carattere nazionale. Bisogna investire sulla sanità, non si può pensare la sanità in termini di ottimizzazione delle risorse, i cittadini devono avere i servizi. Io sono abituato a prendere i malati all’inizio del loro percorso cercando di portarli in fondo nel modo migliore possibile. Una cosa che nel privato non puoi fare…».
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