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Livorno, i 100 anni di Paolo Belforte, l’editore libraio illuminato: accolse Bianciardi, Bevilacqua e Montanelli

di Dario Serpan
Livorno, i 100 anni di Paolo Belforte, l’editore libraio illuminato: accolse Bianciardi, Bevilacqua e Montanelli

Nato da famiglia ebrea, patì le leggi razziali: dalla Garfagnana si stabilì a Livorno e aprì la sua prima attività in via Ricasoli

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Se si cerca “Paolo Belforte Livorno” su Google a un certo esce fuori una voce che recita “I libbriccini di Paolo Belforte”, con una lista di titoli che ne comprende anche uno sulla vita, il carattere e i costumi dei livornesi nella prima metà del ‘900. A dirci come eravamo, com’era la nostra città, ci viene incontro il potere dei mezzi digitali, restando però spesso in superficie, mettendo semmai in circolo immagini, testimonianze, racconti.
 

Un uomo proiettato nel futuro
L’overdose informativa è una deriva che disorienta e squalifica la conoscenza, ma un signore nato 100 anni fa non avrebbe mai fatto da sponda a facili confronti con il passato, perché semplicemente guardava avanti. «Il passato gli faceva orrore, amava il futuro. Non era un nostalgico, neanche un romantico». Lo dice Laura Belforte, una delle figlie di Paolo Belforte, editore e libraio nato a Livorno il 19 aprile 1923. Avrebbe compiuto un secolo oggi, ma se n’è andato nel settembre del 2018, a 95 anni, dopo una vita che ne racchiude più di una, per quante ne ha passate, fatte, viste. Che sia materia d’interesse anche per le nuove generazioni lo dimostra una tesi di laurea che sarà discusa il 26 aprile all’Università di Firenze e s’intitola “Paolo Belforte editore-libraio: le collaborazioni con Luciano Caruso, Francesco Cangiullo e Vanni Scheiwiller”. È opera di Sofia Giorgi, studentessa livornese laureanda in Storia dell’arte (dopo aver già conseguito la triennale in Scienze della Comunicazione a Pisa).
 

Le origini ebraiche
Ha accettato con entusiasmo il tema propostogli dal prof. di Storia dell’arte contemporanea (metodologie) Giorgio Bacci, suo relatore. «L’ho trovato subito interessante come argomento – racconta Sofia -, quindi ho incontrato Laura Belforte e ho cominciato la mia ricerca, che mi ha portata fino a Milano. Divisa in tre parti, la tesi approfondisce il rapporto di Paolo Belforte con l’artista e poeta Luciano Caruso, con l’artista futurista Francesco Cangiullo e con l’editore Vanni Scheiwiller». Si parla anche dei minilibri che Belforte ha realizzato con le incisioni di Giuseppe Viviani (incisore pisano) e in coedizione con Scheiwiller: preziose edizioni realizzate come strenna augurale che inviava ad amici, autori, artisti e personaggi pubblici e che gli hanno permesso di stringere prestigiose amicizie basate sull’incanto e la sorpresa del piccolo, raffinato dono. Ne portava sempre qualcuna in tasca Paolo, e omaggiava così le persone che incontrava, anche le persone più diverse, che rimanevano sempre incantate. «Lavorando a questa tesi – aggiunge Sofia Giorgi – ho evinto l’immagine di una persona dalla cultura immensa, che non era solo un libraio perché aveva mille interessi e si adoperava per portare cultura ovunque potesse». Nato da una famiglia ebrea, ha patito le leggi razziali del 1938, fuggendo poi in Garfagnana nel 1943, prima del sospirato rientro a Livorno dopo la liberazione, in modo avventuroso, con la città distrutta e in gran parte interdetta alla cittadinanza.
 

La libreria in via Ricasoli
Tipografi e librai da molte generazioni, i Belforte riaprono subito nel dopoguerra la libreria in via Ricasoli, dove Paolo lavora fino alla ricostruzione della via Grande, ove successivamente sorgono i locali della nuova e ampia libreria. Le attività editoriali ripartono nel 1968, ma un anno prima Paolo Belforte viene coinvolto nella realizzazione della Biblioteca dei Portuali, la prima in Italia che una compagnia di lavoratori dedica e apre a tutta la città, per studenti e studiosi e che è stata per decenni un importante punto di incontro e sviluppo culturale. Anche un fattore di concorrenza per la libreria Belforte? «No – diceva lui -, la cultura più ce n’è e più cresce. Un libro non è come un paio di scarpe». In questo atipico, perché non badava tanto difendere il suo feudo, quanto «a stabilire delle connessioni di pensieri, tali per cui una cosa porta a un’altra in un ciclo continuo», sottolinea Laura, seconda figlia di Paolo (la prima è Francesca, la terza Paola nata dal suo secondo matrimonio). E poi non era un bigotto Paolo Belforte: si opponeva alla censura.
 

La lotta contro la censura
Lo fece anche ne 1979, quando manifestò il suo dissenso contro il sequestro de “La vita interiore” di Alberto Moravia. Ma oltre il mondo dei libri, Paolo ammirava l’arte contemporanea, e non era raro vederlo acquistare opere, ad esempio di Fontana. «Tuttavia, non era un collezionista: gli piaceva essere circondato di cose belle, ma lui le faceva circolare, così come il sapere». Precursore, dagli anni Settanta inizia la stagione d’oro della libreria e del lavoro editoriale di Paolo, che crea il format delle presentazioni di libri. Diventano occasioni mondane di successo perché, su suggerimento dello scrittore Piero Chiara, Paolo impara a coinvolgere e invitare personalmente le mogli dei professori o professionisti livornesi. Così da Belforte sono passati autori come Luciano Bianciardi, Alberto Bevilacqua, Luciano Luisi, Indro Montanelli e tanti altri. La tela dei rapporti è fitta e comprende anche i livornesi Silvano Ceccherini ed Elio Marchegiani. Per non dire di Aldo Santini, giornalista e scrittore con cui instaura una grande amicizia e con cui con cui pubblica alcuni dei suoi best seller. Gli anni ’90 innescano la crisi delle librerie, con l’avvento dei grandi store monomarca che mettono a dura prova anche una realtà poliforme come Belforte. E non è questione di provincialismo, è successo anche nelle grandi città.
 

L’attività editoriale
La libreria viene venduta nel 2001, ma rimane scorporata l’attività editoriale, che Paolo continua a curare in prima persona. Oggi corrono 100 anni dalla sua nascita, un secolo che rappresenta un pezzo di storia per la città. L’archivio lasciato da Paolo Belforte è un patrimonio che la famiglia vorrebbe valorizzare e condividere in qualche forma. Intanto, «ricordarlo ora serve a creare un filo tra generazioni, tra fruitori di cultura in forma diversa». Tanto, nella disputa tra il supporto fisico e digitale, nel mezzo, ci sono sempre le persone, con le loro connessioni.
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