Gioco
Fortezze, porto, parchi e terrazza. «Ecco le aule scolastiche di Livorno a cielo aperto»
L’istituto Benci-Borsi con la sua didattica “che cammina” è un modello nazionale Michel (preside): «Un’eccellenza». Reda (coordinatrice): «Docenti specializzati»
LIVORNO. «Le nostre aule sono a cielo aperto», dice con orgoglio l’insegnante Marta Reda. Sui tavoli esterni della Fortezza Nuova gli studenti delle primarie dell’istituto comprensivo Benci-Borsi fanno italiano, matematica, scienze, inglese.
Così al parco Odeon, all’Andana degli anelli, in Fortezza Vecchia, al Parterre. E pure alla Terrazza Mascagni quale luogo migliore per i bambini di prima elementare imparare le sillabe sci-sce parlando di pesci e facendosi raccontare dai pescatori come si usano lenza e amo. Esperienze e competenze vanno a braccetto nel progetto educativo sperimentale e innovativo de La Scuola che cammina, nato due anni per rispondere all’emergenza covid e che dallo scorso settembre è diventata metodologia didattica strutturata dell’Outdoor education.
Modello che contraddistingue l’istituto guidato dalla dirigente Simona Michel. «È un progetto di eccellenza che portiamo avanti anche con l’università di Bologna e il prof Roberto Farnè, colui che ha dato impulso alla nascita della cosiddetta Outdoor education. L’aspetto che più mi riempie di orgoglio è che la scuola pubblica nel nostro caso ha saputo rispondere alle nuove e diverse esigenze emerse dopo il covid da parte dei docenti e delle famiglie. Insieme ne abbiamo fatto tesoro dando vita a una didattica che si apre al territorio abitando gli spazi della città e della cultura», sottolinea la preside che guida il maxi istituto con i suoi 1300 alunni. Una realtà scolastica multiculturale, col numero più alto di alunni di nazionalità diverse. E anche grazie a questo nuovo modo di fare scuola si costruiscono ponti tra i cittadini del futuro e la città.
«Questa metodologia inclusiva e transdisciplinare portata avanti grazie alla formazione specifica di noi docenti e alla rete di realtà del territorio che ci supportano, consente non solo di integrare tra loro le diverse discipline, ma tutto si interseca col mondo che circonda i nostri studenti, e quindi la natura, la spiritualità, gli spazi culturali della città. Così i nostri alunni sono dentro un percorso che li rende cittadini attivi», aggiunge Reda, coordinatrice del progetto, formata in Outdoor education, che a sua volta fa formazione ai colleghi docenti.
«Gli ingredienti sono outdoor education, didattica esperienziale, philosophy for children, metodologia filosofica, didattica steam e didattica laboratoriale e tutti i docenti hanno una formazione specifica. Due anni fa durante l’emergenza Covid noi docenti abbiamo sentito forte l’esigenza di prendersi la responsabilità di fare una scelta complessa in un momento difficile, quella di mettere al centro il benessere dei bambini. Abbiamo avuto una dirigente lungimirante con cui siamo riusciti a creare questo nuovo modello di scuola pubblica prima del circolo Benci e adesso dell’istituto comprensivo Benci-Borsi».
Niente è improvvisato. Le giornate degli studenti sono programmate con esperienze di apprendimento sul campo e poi rielaborazione in classe, per acquisire le competenze.
Perché, sia chiaro, ogni classe ha una sua aula dove si rielabora. Il progetto didattico “La scuola che cammina” viene portato avanti nelle scuole elementari dell’istituto (Benci e D’Azeglio, dalla prima alla quinta). In quest’ultima di via Mulino a Vento a settembre è partita una prima di Outdoor education come metodologia didattica prevalente.
«Quando camminiamo per spostarci da un luogo all’altro si fa geografia, o approccio al mondo vegetale: in Fortezza Nuova ci mettono a disposizione sia gli spazi esterni che interni, nel parco Odeon grazie al Parchino bistrot possiamo utilizzare tavoli e sede, facciamo arte in natura con elementi naturali: abitare gli spazi vuol dire che in questi luoghi facciamo italiano, matematica, inglese, scienze e tutte le materie, lo scorso anno abbiamo fatto lezione dentro al Silos granario del porto: la rete con le realtà del territorio è fondamentale». E se piove? «Se piove – risponde Reda – dipende da cosa abbiamo programmato, si prende l’ombrello e usciamo; altrimenti si usa l’imprevisto per affrontare un’altra progettualità . La classe Outdoor education ha un guardaroba dedicato».
Ci sono importanti novità per settembre. «Noi come istituto comprensivo – riprende la dirigente – ci stiamo caratterizzando per 3 grandi percorsi, la Scuola che cammina e il prossimo settembre avremo una nuova prima classe specifica di Outdoor education e una seconda classe, poi il potenziamento della lingua inglese e infatti nel settembre scorso è partita una prima classe sempre a D’Azeglio col potenziamento e ne partirà un’altra a settembre 2023; e poi la curvatura musicale, partirà una prima classe a modulo dedicata a Benci».
Altra soddisfazione targata settembre: la partenza del progetto educativo la Scuola che cammina anche su una prima classe delle medie Borsi. E sempre a settembre l’istituto Benci-Borsi organizzerà, a grande richiesta anche da parte di altre scuole pubbliche del territorio, una settimana di formazione “La scuola che cammina: il metodo, formazione aperta alla cittadinanza” dove interverrà il prof Farné per una giornata sull’Outdoor education aperta e tutti e seguiranno altre giornate di formazione tenute da docenti specializzati dell’ istituto ai docenti del territorio.
L’istituto Benci-Borsi diventa un modello. Da esportare. «Non sono affatto gelosa anzi – esclama la dirigente – il nostro è un progetto di eccellenza che attinge dalle risorse pubbliche che lo Stato mette a disposizione».
Sulla stessa linea Reda: «L’obiettivo è arrivare a più studenti possibile». Se si sente un’innovatrice? «Mi rendo conto di far parte di un gruppo di insegnanti che, insieme alla dirigente, hanno tentato di fare un cambiamento e il salto lo abbiamo fatto. Questa cosa mi riempie di orgoglio soprattutto perché lavoriamo nella scuola pubblica, che al contrario delle private, dà opportunità a tutti. Credo oggi l’insegnante non deve essere più quel docente che da dietro la cattedra trasmette contenuti ma aiuta gli studenti nel processo di apprendimento. Va ribaltato il concetto». Il sogno nel cassetto? C’è: »Quello che la scuola si trasformi in Istituto comprensivo e centro culturale».
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