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Museo della Città, intervista al nuovo direttore: «Qui studenti e crocieristi. Le false teste di Modì saranno centrali»

di Simone Fulciniti
Museo della Città, intervista al nuovo direttore: «Qui studenti e crocieristi. Le false teste di Modì saranno centrali»

«Io, legato a Livorno fin da bambino, così ridisegnerò i Bottini dell’Olio»

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Paolo Cova, nuovo direttore scientifico del Museo della Città, perché ha deciso di partecipare alla selezione che l’ha portata a Livorno?

«In primis per il grande valore culturale della città. E anche perché si tratta di un progetto estremamente interessante. Per uno storico dell’arte come me, con esperienze diversificate, non è così frequente nei bandi di concorso, a cui uno partecipa per avanzare nella sua carriera professionale, incontrare la possibilità di realizzare l’allestimento, in parte ex novo, del patrimonio di una città».

Sfida non semplice...

«Sfida evidentemente difficile, ma la possibilità di costruire una narrazione, di allacciare le opere d’arte con tutta quella dimensione storica eccezionale di una città, la terza in Toscana, è una cosa rara».

Sembra raggiante...

«Mi sento fortunatissimo perché mi troverò a portare avanti le mie conoscenze in una dimensione fattuale, quella che è la vita di un museo in tutte le sue accezioni: da un lato complicata, ma dall’altro soddisfacente. Il mondo accademico non ha la possibilità di gestire manualmente l’oggetto artistico, ma in un museo la si ha. E poi c’è la narrazione: è la spina dorsale di un museo che deve parlare ad una comunità, che in questo caso è molto allargata. Perché Livorno è da sempre composta da una pluralità vasta di persone, una città delle nazioni, anche storicamente. Mondi complessi, con dialettiche estremamente problematiche, ma risorsa assoluta da tanti punti di vista».

La mission è riallestire il Museo della città, in maniera più dinamica. Ha già un progetto?

«L’obiettivo è riuscire a creare un collegamento tra la ricerca, gli studi anche su opere capitali, e poterlo raccontare attraverso un’operazione conoscitiva alle persone. Il senso stesso del mio lavoro, dalla televisione ai musei, alla terza missione in ambito accademico, è sempre stato quello: costruire un ponte tra lo studio di un oggetto artistico e il suo racconto. Che in questo caso viene investito da una pluralità di significati. Un museo deve riuscire a parlare al maggior numero di pubblici possibile».

Un museo diviso tra permanente e temporaneo…

«Un’altra grande sfida, ma si può fare. Perché lo spazio è vastissimo: i Bottini dell’Olio come dimensioni, come caratteristiche strutturali - basti pensare alla biblioteca - e come possibilità di polo, presentano una situazione già abbastanza orientata verso i flussi. Dato anche il fatto che Livorno è città portuale».

Qualche idea per attrarre i tanti croceristi?

«Certo, ma sarebbe inutile entrare in dettaglio. Il mio schema è: prima si ragiona, poi si inizia a fare, poi si fa e poi si parla. Sono un lombardo da questo punto di vista. La struttura pluralista e inclusiva, lo deve essere realmente. Con la possibilità di dialogare con pubblici diversificati: internazionali, nazionali, locali. Senza dimenticare l’importanza del tessuto associativo e quello scolastico. Provenendo da musei civici, per me è semplice e normale che ci sia un rapporto con le scuole del territorio. E i flussi turistici, certo».

Conosce la città?

«Sì: oltre che per ragioni sportive, legate al canottaggio, per le vacanze trascorse qui coi miei genitori negli anni ’80 e ’90. Quando io stesso facevo parte del pubblico dei vacanzieri; e poi nel 2000, al tempo della frequentazioni universitarie, con amici livornesi venivamo qui per concerti, feste e quant’altro».

Ultimo capitolo relativo alle “false teste di Modigliani” esposte fino al 2019. Sono previste nel nuovo allestimento?

«Non lo so. Ma quella è una storia incredibile. Che dal punto di vista delle dinamiche storico artistiche, è interessantissima. Una di quelle storie che assolutamente devono essere narrate, prese in considerazione, estremamente educative: perché gli errori del passato vanno evitati nel futuro». l


 

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