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La Livorno segreta di Diego Collaveri: «L’omicidio di Corridi ve lo racconto io»
L’ultimo romanzo dell’autore nato in Collinaia. Dentro la vecchia distilleria dello Stillo
LIVORNO. Livorno segreta dove un passato torbido si incrocia con il presente. È il marchio dello scrittore Diego Collaveri che si ritrova più potente che mai nell’ultimo romanzo noir: “I delitti di Livorno. Il commissario Botteghi e l’omicidio del barone Corridi” pubblicato da Fratelli Fabbri Editori di Genova. Collaveri, classe 76, è uno che ne ha fatte tante e la sua energia sembra inesauribile. È stato musicista (chitarrista e arrangiatore), regista e sceneggiatore, produttore di corti, poeta. L’affermazione poi è arrivata con i romanzi e i racconti che spaziano dall’horror gotico al thriller, al noir. Ed è con il personaggio del commissario Botteghi che il suo lavoro diventa ancora più riconoscibile: sei i romanzi che lo vedono protagonista tra cui “L’odore salmastro dei fossi”, “Il segreto del Voltone” e “Il commissario Botteghi e il Mago. L’ultima illusione di Wetryk”.
Grazie a quest’ultimo titolo Collaveri ha ricevuto l’Oscar livornese che premia le eccellenze della città, ovvero coloro che ne promuovono l’immagine.
Botteghi guida una squadra di poliziotti affiatati: gli guardano le spalle mentre lui si perde per le strade di una Livorno che ama con struggimento. In quest’ultimo romanzo della serie “I delitti di Livorno” siamo tra Villa Corridi e Lo Stillo, in copertina c’è una foto della Cappella di Sant’Edoardo (oggi in stato di abbandono) che fu fatta edificare nel 1867 sul luogo in cui fu ucciso il barone Corridi.
Nel romanzo la storia del vecchio delitto rimasto insoluto si intreccia con un omicidio dei giorni nostri. Leggendo il romanzo si capisce il grande lavoro di ricerca storica che c’è dietro.
Lo conferma lo stesso Diego Collaveri. Come è nata questa storia? «Sono nato e cresciuto in Collinaia e certi luoghi come la cappella di Sant’Edoardo mi sono familiari da sempre. La molla per me è sempre la curiosità verso qualche episodio dimenticato, in questo caso l’omicidio del barone Corridi, uno dei misteri di Livorno. Su di me hanno un fascino enorme i ruderi della distilleria che lui aveva fondato e che poi è stata trasformata in appartamenti. Mi sono divertito a ripescare foto d’epoca per vedere le differenze con l’oggi. Nella ricostruzione di tanti episodi mi sono fatto aiutare da Fabrizio Ottone delle Guide Labroniche e ho rievocato il personaggio di Diacinto Cestoni, ricercatore e farmacista che ha operato a Livorno nel ‘700».
Cosa è venuto fuori? «Ho indagato sulla storia della famiglia per allargarmi ai possedimenti degli altri personaggi dell’epoca e ho ricostruito il periodo storico che li ha visti protagonisti. Siamo nell’Ottocento, dopo l’Unità d’Italia e dopo la fine del porto franco a Livorno. C’è un fil rouge che arriva fino ai giorni nostri, ora come allora c’è crisi e c’è mancanza di coesione imprenditoriale. Allora l’unico che vedeva lontano era proprio il barone Corridi, anche se era un tiranno verso i suoi sottoposti».
Botteghi le somiglia? «No, per niente. Abbiamo caratteri molto diversi. In genere non tendo a creare personaggi che mi somiglino, però gli ho affidato molti dei miei ricordi. Sono una persona normalissima, ho una bimba di 12 anni, un cane e un gatto. E visto che non si vive soltanto di editoria, lavoro in una agenzia marittima».
Nei romanzi di Diego Collaveri c’è anche parecchia quotidianità. «Credo che sia importante scrivere di quello che si conosce. Il cognome Botteghi per esempio è quello di una mia compagna delle medie. Spesso ai festival di noir che frequento si parla del destino di questo genere letterario e si finisce sempre col dire che ormai i temi sociali passano tutti da qui. I nostri sono libri veloci che puoi leggere sotto l’ombrellone e che arrivano anche a tanti che non sono lettori forti».
Collaveri non scrive di getto «Mai di getto. È una delle cose su cui insisto durante i corsi di scrittura che tengo. Anche “L’infinito” di Leopardi ha avuto 360 revisioni. La scrittura sarà anche talento, ma ci vuole anche tanto lavoro».
Qualche altro progetto? «Sto lavorando a una storia nuova, un thriller storico ambientato tra la chiesa di San Gualberto a Valle Benedetta e l’Eremo della Sambuca. La leggenda vuole che tra le due strutture corresse un tunnel e che i Templari avessero nascosto all’Eremo un oggetto portato alla fine della seconda Crociata: a caccia di quell’oggetto nel 1944 arriva una SS mandata da Himmler in persona. Anche con questi luoghi ho un legame per via della famiglia Martelli di Firenze: Costanzo Martelli, quello del ristorante, era zio del mio babbo. Ci sono tante storie interessanti nei paesini intorno a Livorno. Quella dei templari ad esempio è una leggenda, ma si sa che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità». l
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