Da Livorno al lager, i venti mesi di prigionia di Acciari: «Ho mangiato anche un gatto, al ritorno pesavo 38 chili»
A 22 anni, dopo essere stato costretto alla leva militare su un sommergibile della Marina, si è rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Ora i familiari fanno causa alla Germania
LIVORNO. A 22 anni, dopo essere stato costretto alla leva militare su un sommergibile della Marina, si è rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò ed è stato fatto prigioniero, caricato su un treno merci verso un lager nazista in Germania. Era l’8 settembre del 1943 quando il livornese Vinicio Acciari, cresciuto in Borgo Cappuccini, decide di opporsi al regime fascista di Benito Mussolini, rischiando più volte la morte come schiavo di Hitler nel campo “Bad Sulza IXC” di Erfurt: «Su quel convoglio, partito dalla Spezia – ha raccontato più volte ai figli Rossana, Rossano e Massimiliano – salimmo in 18 e tornammo in due. La mia fortuna è stata quella di essere mingherlino, perché eravamo denutriti e quando sono tornato a Livorno pesavo 38 chili. Una volta io e un mio compagno abbiamo dovuto mangiare un gatto, fumando foglie di ghiande e bucce di patate. Molti ragazzi, soprattutto quelli più prestanti, nel campo di sterminio si sono spenti come candele».
Vinicio è stato prigioniero 20 mesi. «Lo hanno preso i repubblichini – conferma il figlio Rossano – e poi una volta sbarcato dal convoglio è stato messo a lavorare nella produzione delle armi antiaeree. Inizialmente aveva detto di essere un contadino, ma hanno poi scoperto che in città lavorava come operaio specializzato. Mussolini, insieme a Hitler, decide inoltre che i prigionieri come lui sarebbero stati declassati a internati militari e avrebbero perso i diritti derivanti dalla prima convenzione di Ginevra: là dentro non aveva il diritto alle cure sanitarie, neanche i volontari della Croce rossa potevano entrare. La maggior parte dei prigionieri, infatti, sono morti di stenti e di malattie come il tifo e il colera. E anche lui, dopo la liberazione da parte degli americani il 13 aprile del 1945, ha rischiato di perdere la vita perché insieme a un amico ha mangiato un chilo di riso e gli ha fatto un effetto nefasto, mandandolo in coma».
Acciari – che a Livorno ha poi abitato nella zona di Villa Fabbricotti ed è morto nel 1988 – era stato costretto a salire sul treno in pantaloncini corti. Vestito così ha raggiunto il freddo della Germania. «La città dove era detenuto – conclude la figlia Rossana – fu bombardata almeno 20 volte durante la Seconda guerra e lui rischiò di essere fra le vittime perché si rinchiuse in un bunker colpito». l
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