Toscana
Federico Maria Sardelli ricorda l’amico Fremura: «Un genio buono e liberale, spero resusciti un’altra volta»
Il direttore d’orchestra: «In quella torre c’erano l’alto e il basso. Per Alberto nessun panegirico, lui era ganzo davvero. Vi racconto perché»
LIVORNO. Forse nessuno ha conosciuto meglio, sul piano umano e artistico, Alberto Fremura, del livornese Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra di fama mondiale, disegnatore, pittore, autore satirico e scrittore. Entrambi sono stati membri del "Sodalizio Muschiato", gruppo goliardico nato proprio intorno alla figura di Fremura alla metà degli anni Ottanta e ancora in attività, di cui fanno parte il maestro Marc Sardelli - padre di Federico, pittore e incisore - e il disegnatore Stefano Caprina.
Federico, che ricordo ci può tratteggiare del Maestro Fremura?
«Alberto Fremura non si merita un panegirico. Il panegirico è stucchevole. Quando un personaggio muore si comincia con "Com’era bravo lui, com’era ganzo lui". Solo che Alberto Fremura era ganzo davvero. I miei ricordi di Alberto sono tantissimi. In virtù dell’amicizia tra Alberto e mio padre, l’ho sempre frequentato. Alberto Fremura era un uomo defilato, buono, molto garbato, non si è mai messo al centro dell’attenzione, non è mai stato sotto i riflettori perché era una persona mite, sorniona, tanto è vero che il simbolo della sua attività artistica, e forse anche della sua vita intera, è stata la Torre di Calafuria. Un uomo isolato nella torre, un’immagine già a suo modo potentissima. La Torre era il suo Tempio. Non era religioso nel senso classico della parola, cattolico; lo era nel senso lato. Aveva una spiritualità tutta sua, anche buffa se vogliamo, tipica dell’umorista che sa sempre prendersi in giro continuamente. Non sacralizzava mai niente, o meglio, sacralizzava e desacralizzava al tempo stesso. Vi faccio un esempio: se uno andava a cercarlo alla Torre, salendo verso la sommità, si trovava davanti ad una specie di ascesa mistica su tre livelli perché il percorso era obbligato; salivi e lui aveva piazzato alabarde, armature, stendardi, piano dopo piano, finché non arrivavi in cima e, ad un tavolone degno di Re Artù, ci trovavi lui che mangiava un "frittino" che s’era fatto portare dal ristorante lì sotto. L’alto e il basso, volutamente, con tanta ironia. Era così Alberto, dotato di un grandissimo umorismo, geniale e surreale».
Pensa che la città abbia riconosciuto la grandezza di Fremura per quella che era davvero?
«Alberto era un liberale di ampie vedute, ma era troppo mite per l’animo livornese. Questo, secondo me, negli anni, ha dato luogo a qualche equivoco. Prendo il suo umorismo: non era mai indirizzato contro qualcuno; era sempre per strappare un sorriso o spiazzarti, mai per attaccare. La sua arte è stata un po’ snobbata, probabilmente. Non è mai stato nei "gruppi pittorici", si è sempre mosso da solo, non è stato un macchiaiolo o altro. È stato troppo difficile da inquadrare per la città. Aveva un tratto anglosassone. Era un disegnatore fenomenale, di altissima abilità tecnica; Alberto nasce dal disegno puro, dal tratteggio, dalle incisioni, dall’acquaforte. Per chi ha saputo cogliere il genio del suo tratto c’è stato tanto da imparare studiando le sue opere».
È vero che nel vostro Sodalizio si alludeva alla resurrezione del Maestro?
«Eravamo cinque matti che si divertivano come dei cretini. Ci siamo formati intorno ad un progetto del Tirreno, un inserto sullo stile di "Cuore" che si chiamava "Ugo". Una volta, nel 1994, eravamo stati a cena a Montenero e Fremura si sentì male, ebbe quello che a Livorno si chiama "uno stranguglione". Di lì nacque il Sodalizio Muschiato - c’è anche una nostra lapide nel luogo - per celebrare esattamente il "M.E.R.D.A.F.", alla lettera: Morte E Resurrezione Di Alberto Fremura. Ci sarebbe solo da sperare che la rifacesse adesso».
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