Gioco
Ciao Alberto, ci hai giocato l’ultimo scherzo
Fremura, scomparso a 87 anni, dalla torre “amica” di Calafuria alla cena con “resurrezione” a Montenero. E nel maniero campeggiava un biglietto: “Dio non lo si prega, lo si ringrazia”
LIVORNO. Alberto Fremura l'ho incontrato per la prima volta nella Torre di Calafuria, dove aveva il suo studio. Riavvolgo il nastro fino al febbraio del 2000 per raccontarvi qualche frame di quello che, me ne resi conto subito, è stato l'incontro con un Maestro.
L'appuntamento è nel primo pomeriggio ai piedi del fortilizio sulla scogliera, ma di lui non c'è traccia. Mi sento chiamare dall'alto, ed ecco che da una finestrella cala un paniere con le chiavi. Salgo gli 85 scalini della torre, spingo la porta ed entro in un luogo dell'anima. Lì resterò qualche ora, ben oltre il tramonto del sole, bevendo vino, fumando un mezzo toscano e discutendo come si fa fra vecchi amici. Con lui è così: ti scruta sornione e da dietro i grandi baffi, ti fa sentire a casa e ti regala il suo sorriso, che però non decifri mai fino in fondo, condito com'è da ironia e malinconia.
La Torre per 25 anni era stata il suo buen retiro. Ancora non lo sa, ma lo resterà per poco: gliela toglieranno per qualche ragione burocratica, di quelle che lui non ci prova neanche a capire. Un duro colpo anche per uno provato da ben altre perdite (quella di una figlia, la piccola Beatrice, e della moglie Lia Salvadori), da cui si riprenderà con difficoltà.
Perché quella fra lui e la Torre è una storia d'amore, da quando nel 1974 ci mise piede la prima volta: «Quando mi chiudo questa porta dietro le spalle – dice - in realtà chiudo fuori il mondo e tutte le cose che non mi piacciono di questo nuovo Medioevo che stiamo vivendo. E non ho mai paura, neanche nel cuore della notte, da solo, senza luce. Mi sento protetto, sento che questa torre mi è amica, è una parte di me. Qui ho imparato a vincere le mie paure, in nottate nerissime col libeccio che sembrava voler buttare giù porte e finestre. Ma anche ad apprezzare gli incredibili spettacoli della natura che in molti oggi sembrano aver dimenticato: ho visto albe e tramonti che non so raccontare, tempeste e mareggiate furiose, trombe marine ed eclissi, ed era sempre come essere il cuore di tutto questo, rinchiuso nel mio guscio protettivo».
Per un quarto di secolo la Torre è stata la sua casa, il luogo dove sono nate centinaia di opere d'arte, che diventano migliaia se sommate a quelle realizzate nell'altra casa, “oltre il giardino” di viale Marconi, dove è cresciuto artisticamente, lui, classe 1936, dopo che con una laurea in Economia all'Università di Pisa e qualche anno di lavoro nella prestigiosa azienda di famiglia, ha deciso a fine anni cinquanta che sì, si può campare solo con l'arte. «Per me era diventata una sfida, lavoravo tutto il giorno, poi di notte quando gli altri andavano a letto o a divertirsi, io continuavo a lavorare».
E Fremura la sua sfida la vince alla grande: in breve si afferma come umorista, pittore, illustratore. Collabora con testate satiriche (Il Travaso dove esordisce nel 1957, Il Borghese), e quotidiani, per i quali per anni disegna una vignetta al giorno, tutti i giorni che Dio mette in terra, “anche quello che morì mio padre” (La Nazione, Il resto del Carlino, Il Tirreno, Il giornale di Indro Montanelli da dove se ne va sbattendo la porta dopo tre anni perché “Indro era una primadonna, un caratterino da prendere con le molle, e pretendeva di dirmi come fare le vignette”).
Pubblica anche un gran numero di libri, e nonostante faccia riferimento perlopiù a testate di destra, è stimato e rispettato anche a sinistra, per le capacità artistiche e per la satira sempre onesta. Riceve riconoscimenti prestigiosi come la Palma d'oro del Salone internazionale dell'umorismo di Bordighera (1962) e il l Premio satira politica a Forte dei Marmi (1989). I suoi riferimenti sono Giovanni Guareschi e Benito Jacovitti, suo grande estimatore, così come Giuseppe Prezzolini, che una volta gli disse «Il tuo disegno è un lampo, la mia parola una lanterna». Ma lui si cura poco degli elogi come delle critiche: «A me interessa la gente, devo sempre sentire un contatto diretto».
E questa, del rapporto umano con tutti e della grande generosità è proprio la cifra che vogliono ricordare le figlie Cristina e Arianna: «Non era certo un padre tradizionale – dice Arianna - ma la sua presenza è stata costante, in concreto e a livello emotivo. E il suo essere fuori dalle regole si rifletteva in tutto. Nei primi anni settanta ad esempio non era facile vedere degli uomini andare in giro col passeggino, ma lui non aveva problemi a venirci a prendere a scuola e a fare il mammo».
La stessa umanità che gli riconoscono i suoi amici ed allievi, che sono tanti. «L'ho conosciuto nel suo studio di viale Marconi nel 1971 – racconta Stefano 'Capras' Caprina – e me ne sono subito innamorato. E' lui che mi ha aperto nuovi orizzonti. Ero un ragazzino, crescere al fianco di un Maestro come Alberto è stato un privilegio». E Capras ricorda mille aneddoti, dell'artista, preciso e professionale (“si documentava su tutto prima di fare una vignetta, e curava i più piccoli dettagli”), e dell'uomo, “che aveva una sua intensa e originale spiritualità”. Una sorta di religiosità francescana, che lo vedeva appartarsi in lunghi ritiri a Gualdo Tadino, fra i monaci di Frate Indovino, di cui disegnava il celebre calendario, o meditare sull'inginocchiatoio conservato nella Torre, dove campeggiava un biglietto: “Dio non lo si prega, lo si ringrazia”.
Caprina ricorda poi il Fremura polemico, che stampava e faceva affiggere a sue spese manifesti satirici sui muri cittadini, come quello famoso dove Pietro Mascagni annunciava di essere morto una seconda volta, per esser stato dimenticato dai suoi concittadini.
E un po' dimenticato dai livornesi oggi è lo stesso Fremura, o almeno il Fremura grande pittore. Lo dice con un velo di amarezza un altro dei suoi “figli” artistici, Federico Maria Sardelli: «Talvolta Alberto è stato ostracizzato dalle nostre parti, penso per un ingiusto preconcetto politico verso il suo non essere uomo di sinistra: ma lui era un liberale illuminato di grandissima levatura morale, lontano anni luce da ogni idea di fascismo, e l'essere bollato da qualcuno come tale lo faceva soffrire». «Lo frequento da quando sono nato, era grande amico di mio padre, Marc, con cui negli anni 50 aprì uno studio in piazza Grande, e con loro ho vissuto mille momenti memorabili. Alberto mi ospitava nella Torre e dipingevamo insieme, a pomeriggi interi. Una volta io ritrassi lui e lui me. Insieme per Il Tirreno realizzammo Ugo, l'inserto satirico: Ugo era il nome del suo cane, un pastore maremmano. Un'immagine che ho di lui? Quella dei nostri incontri: ci vedevamo da lontano e ci inginocchiavamo urlando “Maestro”, “No, sei te il Maestro” e si andava avanti così fino all'abbraccio finale. E con Fremura, Caprina, il padre Marc e il grande Ettore Borzacchini, al secolo Giorgio Marchetti, Sardelli ha creato il Sodalizio Mvschiato, ancora oggi un attivissimo cenacolo di satira, artisti e menti libere. Le cose sono andate così. Il 19 marzo 1994 Fremura è morto e risorto: in una pizzeria di Montenero, i cinque artisti stanno mangiando torta di ceci, quando Fremura si sente male. Per alcuni minuti viene dato per morto, poi “risorge”, apre gli occhi ed esclama: “Fatemi una fotografia”. Tanta paura e tante risate. In ospedale, una volta rassicurati sulle condizioni del resuscitato, nasce il Sodalizio, e con lui la celebrazione del Merdaf, acronimo di Morte E Resurrezione Di Alberto Fremura, con tanto di targa apposta davanti alla pizzeria e celebrazioni annuali nel giorno dell'evento.
Quelli del Sodalizio lo sanno, questa volta Alberto Fremura non risorgerà; il loro compito ora è quello di farlo rivivere nella sua straordinaria arte.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
