Gioco
È morto Alberto Fremura, il «maestro del sorriso» che dipingeva l’ironia nella Torre di Calafuria
Aveva 87 anni, dal 1974 al 2013 il maniero a picco sul mare è stato il suo studio: «Quando mi chiudo questa porta dietro le spalle niente mi fa più paura»
LIVORNO. Raccontava parlando della Torre di Calafuria, lo studio a picco sul mare che per quasi 40 anni ha ospitato e ispirato la sua arte. «Quando mi chiudo questa porta dietro le spalle, in realtà chiudo fuori il mondo e tutte le cose che non mi piacciono di questo nuovo Medioevo che stiamo vivendo. E non ho mai paura, neanche nel cuore della notte, da solo, senza luce. Mi sento protetto, sento che questa torre mi è amica, è una parte di me».
Alberto Fremura, artista dell’ironia, maestro del sorriso, è scomparso venerdì 7 aprile, a 87 anni, era nato nel 1936. La sua storia, che va ben oltre i confini livornesi, la raccontano gli schizzi, le pennellate, le interviste rilasciate da quando, nel 1957, vinse un concorso per giovani vignettisti bandito dal "Travaso delle idee", un giornale satirico del tempo.
Poi l'approdo al londinese "Punch", la Palma d'oro al festival internazionale dell'umorismo a Bordighera, la strada nei quotidiani, la carriera da pittore. I "discepoli" del Sodalizio Muschiato che lo hanno sempre chiamato, appunto, "maestro".
Oltre alla sua arte di Fremura resterà l’immagine del maestro che si affaccia al ballatoio della Torre di Calafuria e cala le chiavi in un cestello a chi gli suona al campanello. Il baffo, il sigaro e l’abitudine di regalare un disegno e una dedica a chi andava a trovarlo. Non ha mai perso il suo spirito dissacrante e il suo divertimento più grande è stato quello di animatore, come Maestro del Sodalizio Muschiato, che riunisce personaggi della Livorno artistica creativa
quali Federico Maria Sardelli e Stefano Caprina /Capras.
«“Urge diluvio. Stop”. Mi è sempre rimasto impresso questo titolo di un libro di vignette, laconico, lapidario come un telegramma. Con queste vignette Alberto
Fremura commentava i casi di politica di costume e di nera più eclatanti
degli anni ‘70. Faceva ridere, ma ridere amaro, e con molta
intelligenza», ricorda l’assessore alla Cultura del Comune di Livorno Simone Lenzi
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