Gioco
Livorno, insulti razzisti a fine partita. Parla l'arbitro: «Sono stanco, è già la terza volta»
Parla Moustapha Ndiaye, 19 anni: «Questi genitori che esempio danno ai figli?». E racconta di altri episodi di cui è stato protagonista negli anni scoris
LIVORNO. «L’anno scorso, proprio a causa degli insulti razzisti, avevo deciso di smettere. Da settembre a dicembre, infatti, non ho più diretto una gara. Poi ho ricominciato. Non è possibile essere offesi per il colore della pelle. Mi era già successo nel 2022 durante una partita a Cecina, quando un accompagnatore di una squadra di Prato mi rivolse offese a sfondo razziale, mentre nello stesso periodo, a Rimini, durante un torneo alcuni tifosi hanno intonato cori contro di me, sempre perché nero. La cosa brutta è che certi episodi mi sono accaduti solo nei palasport, non fuori. Sono di Donoratico e nessuno, all’esterno del parquet, mi ha mai attaccato per il colore della pelle».
A parlare è il diciannovenne Moustapha Ndiaye, l’arbitro che durante la gara di basket giovanile di sabato scorso fra Don Bosco e Poggibonsi – vinta da questi ultimi per 51 e 50 dopo un finale al cardiopalma fatto di tiri liberi sbagliati e trasformati da una parte e dall’altra – è stato insultato da un gruppo di genitori senesi prima dentro e poi fuori dal PalaMacchia, dove si era appena conclusa la gara del campionato toscano di pallacanestro under 14 elite.
Moustapha, ci racconti cosa è successo?
«Negli ultimi secondi della partita ho concesso due tiri liberi al Don Bosco, poi un terzo perché l’allenatore del Poggibonsi ha protestato in modo plateale al tavolo degli ufficiali dicendo che la gara doveva essere conclusa. A questo punto, dagli spalti, una donna ha urlato “Negro di m...”. Io non ho sentito nulla, perché c’era molto frastuono, me lo ha riferito la mia fidanzata vergognandosi. Quasi me lo voleva nascondere per non turbarmi. Ma le cose peggiori sono avvenute fuori, mentre stavo per salire in macchina».
Fuori dal PalaMacchia.
«Esatto. La partita era già finita e fra l’altro il Poggibonsi aveva vinto perché il Don Bosco ha poi sbagliato tutti e tre i tiri liberi. Un gruppo di genitori, di cui faceva parte la stessa donna che mi aveva urlato “Negro di m...” dalla tribuna, incrociandomi mi ha gridato: “Ecco il negro” e poi : “Sei proprio un fino***io a fischiare all’ultimo per farli vincere...”, proseguendo poi con ululati e applausi, mentre un uomo che fumava una sigaretta mi ha soffiato in faccia il fumo».
Come si è sentito?
«Male, perché avevano calpestato la mia dignità. Non mi capacito del fatto che certe persone possano anche solo pensare di comportarsi in questa maniera. Danno un cattivo esempio agli altri».
Oltretutto davanti a ragazzi di 13-14 anni.
«Esatto e questa è la cosa peggiore. Certi comportamenti rappresentano il contrario del significato della parola sport. Comunque non voglio generalizzare: è vero che a insultarmi sono stati genitori o comunque familiari dei ragazzi di Poggibonsi, e nel verbale di gara l’ho scritto, però è anche vero che altri senesi al contempo hanno preso le distanze da questa gente, cercando di farla ragionare e provando a zittirla. Non è giusto quindi “criminalizzare”, uso questo termine, la tifoseria ospite. Fuori dal PalaMacchia erano in sette-otto a gridarmi quelle offese, il problema erano loro e non, in generale, tutti i genitori dei ragazzi senesi».
A causa delle offese a sfondo razziale lei ha già smesso una volta di arbitrare. Continuerà?
«Certo che continuo, mi piace arbitrare: posso dirigere le gare fino alla Promozione, oltre che quelle giovanili. Ho iniziato minorenne, quando ancora giocavo. Queste persone, per come sono fatto io, non riusciranno mai a farmi deprimere».
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