Gioco
Le ceneri di don Gino Franchi accanto alla chiesa della sua vita: «Lo ricorderemo così»
Il vescovo di Livorno Simone Giusti al funerale del sacerdote parroco della Seton per 50 anni lo ha descritto come u n ricercatore
LIVORNO. Il cuore generoso di don Gino Franchi ci ha messo tanti, tanti giorni per fermarsi per sempre: l'ha fatto nel doppio anniversario che caratterizza la vita di Elizabeth Ann Bayley Seton, la santa che il prete livornese di origini orgogliosamente gabbrigiane aveva fatto conoscere ai fedeli: la prima comunione e, anni dopo, la consacrazione religiosa. E adesso le due ceneri riposeranno nell'urna custodita in uno spazio accanto alla sua parrocchia, quella “casa fra le case” che aveva costruito in piazza Lavagna, a due passi dall'ospedale.
“Costruito” non è un modo di dire: certo, non era un capomastro non geometra ma quanti parrocchiani l'hanno visto salire sul tetto o prendere la cazzuola, aggiustare una presa o mettere un divisorio. “Costruito” non solo con muri, travi e tetto: soprattutto come persone, come cristiani e come comunità all’interno della città.
D’altronde, quello di don Gino è un caso più unico che raro: gli avevano affidato il progetto di fare una nuova parrocchia fra l’Aurelia e piazza Magenta, non c’era il terreno e a dirla tutta nemmeno la collocazione: la trovo in piazza Lavagna, a due passi da un muro diroccato e dall’ex area sfollati, solo baracche. Alla fine degli anni ’60 finalmente arrivò la chiesina prefabbricata con il tetto di onduline, a metà anni ’80 la nuova chiesa.
Bisogna dire però che lui e l'architetto hanno fatto uno sbaglio: l'edificio è assai grande per una piccola parrocchia costituita da un pugno di strade eppure, alla resa dei conti, nel giorno dell'ultimo abbraccio al loro parroco si è rivelata troppo piccola per contenere la folla che ha voluto stringersi attorno a lui anche solo per un "ciao". Compresi tanti fra coloro che la chiesa non la frequentano più ed erano lì per lui, semplicemente per lui. A campeggiare sulla scena del funerale officiato dal vescovo Simone Giusti (insieme a un folto gruppo di sacerdoti), l'immagine di santa Seton che curiosamente viene raffigurata in arrivo a Livorno su un barcone.
Cosa ne pensasse don Gino – per lunghi anni dirigente della Caritas a livello diocesano, regionale e nazionale - l'aveva detto quando aveva messo in chiesa una barca che sulla vela aveva un insegnamento evangelico ("ero profugo e mi avete accolto"). Proprio il brano del Vangelo che è stato messo al centro della liturgia funebre di ieri: praticamente il manifesto cristiano della solidarietà che, nell'ottica di fede, rende persone a immagine di Dio.
Il vescovo ha descritto don Gino come un "ricercatore". Sotto tanti profili: 1) da studioso scova le tracce per mettere in luce la figura della santa Seton; 2) alla ricerca di funghi in quel rapporto con la natura che faceva parte della sua dimensione rurale e che ha cercato di trasmettere alla sua gente in parrocchia; 3) da prete va in cerca delle persone per dare una mano nei problemi individuali e nell'edificazione delle relazioni comunitarie. Ma soprattutto un “cercatore di Dio”: anche a costo di un certo piglio coriaceo e ribelle ma al tempo stesso con «capacità di ascolto dell’altro e di obbedienza alla Chiesa«. Proprio per imparare questa dimensione di relazione con l’umanità che domanda vicinanza, Giusti ha annunciato che le Caritas parrocchiali si trasformeranno: meno erogatori di pacchi e più centri di ascolto di chi è in difficoltà.
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