Gioco
La chiesa dentro al prefabbricato, il fratello comunista e i campeggi: ecco chi era don Gino Franchi
La vita per gli ultimi del prete scomaprso, dal primo incarico nella rossa Shangai ai tredici anni alla guida della Caritas fino alla difesa dell’obiezione di coscienza
LIVORNO. La parrocchia che gli aveva assegnato il vescovo Emilio Guano non esisteva nemmeno: un rettangolo di nulla in uno dei tanti pezzi di Livorno che, in piazza Lavagna (zona ospedale), ancora negli anni ’60 portavano le tracce della guerra fra ruderi malconci e baracche per sfollati. È capitato anche ad altri giovani preti di ritrovarsi a dover mettere in piedi la propria chiesa ma solo don Gino Franchi, scomparso nella festa dell’Annunciazione poche settimane prima di compiere 87 anni, decano dei sacerdoti cattolici livornesi, l’ha poi guidata per mezzo secolo prima di passare le consegne ai padri vincenziani quando ormai era ottantenne.
Il suo nome è legato a filo doppio a quello di Elizabeth Ann Seton. Santa “livornese” sì ma tra virgolette, appunto: così come santa Giulia era nordafricana e Niccolò Stenone scandinavo, lei è stata la prima americana a essere canonizzata. Agli onori degli altari benché, caso raro, abbia avuto marito e figli.
A santa Seton don Gino ha dedicato prima il prefabbricato della “chiesina” con la copertura di onduline e poi il tempio vero e proprio, una bella “casa fra le case” secondo il disegno dell’architetta Carla Baroni. A ciò si aggiunga che ne ha studiato la figura e ne ha divulgato l’opera senza stancarsi con una serie di libri e epistolari: fino a inaugurare poco più di un anno fa il bassorilievo collocato in Accademia Navale, là dov’era il lazzaretto in cui sbarcò a Livorno dagli Usa la santa Seton insieme al marito.
Però don Gino non era un topo di biblioteca, chino sui libri e basta. Chi l’ha conosciuto ne ricorda le caratteristiche “operaie”: non nel senso che abbia fatto il prete-operaio in fabbrica ma perché per sistemare la chiesa provvisoria, prevenire le infiltrazioni, predisporre il nuovo cantiere, salire sul tetto per vedere se c’è un problema, aggiustare il muretto o tingere la parete non rinunciava mai a mettersi in gioco in prima persona con uno spiccato spirito pratico e una abnegazione assoluta.
Altrettanta disponibilità e carattere metteva nel costruire qual qualcosa di intangibile che è la comunità. A cominciare dai memorabili campeggi, in tenda o nelle canoniche di qualche amico prete, per portare i ragazzi e le ragazze della parrocchia, i fratelli più grandi e talvolta le famiglie, alla scoperta della natura e di una fraternità accogliente. Eccezion fatta per scout e Club alpino, non c’era niente del genere: la passione per il trekking era di là da venire e le escursioni erano pane quotidiano solo per una stretta cerchia di appassionati. Lo organizzava insieme anche agli altri preti che si sono avvicendati al suo fianco come viceparroco: ad esempio, don Luciano Cantini, che in seguito si occuperà anche della pastorale dei migranti e del mondo del circo (facendo anche il clown).
Senza troppi tonaconi, don Gino era uno di quelli che il clergyman, cioè la giacca da prete con il collarino bianco, se l’è messo fin da subito. Il piglio pratico e il senso cristiano della fratellanza don Gino li ha avuti fin da ragazzo: rivendicava con orgoglio le origini gabbrigiane e quel senso di attaccamento alla terra che quella provenienza gli aveva dato. Era imbattibile nella ricerca di funghi, a capofitto nei boschi e in mezzo a sentieri di rovi si è buttato quando già gli ottant’anni li aveva superati da un pezzo.
Ma le radici sono anche qualcos’altro: immaginatevi come dev’esser stato semplice entrare in seminario nel bel mezzo dello scontro frontale con i “rossi” mentre in casa lui aveva il carissimo fratello assessore comunista. Chissà se è per quello che, appena diventato prete, monsignor Pangrazio pensò bene di spedire don Gino come primo incarico a Shangai, roccafortissima del Pci: eppure a distanza di tutti questi anni c’è ancora chi ricorda con affetto tanto lui che don Biondi.
Seton a parte, c’è nella parabola umana di questo sacerdote classe’36 una svolta che lo ha segnato: sono stati gli anni, ben tredici a partire dal 1980, in cui è stato al timone della Caritas livornese (e per un quinquennio delegato regionale Caritas e membro della presidenza nazionale). Con una idea-guida: il volontariato non è il “cerotto” gratis che la Chiesa offre a un sistema ingiusto e pieno di storture, anzi è la forza che dalla condivisione nella trincea degli ultimi fa ancora di più emergere quel che non va in termini di diritti negati. E con una serie di battaglie: a partire da quelle per valorizzare l’obiezione di coscienza alla naja e il servizio civile come una “difesa dei più emarginati”.
La sua fine è stata preceduta da una lunghissima fase di agonia. «Vi ho cercato, e voi siete venuti da me, per questo vi ringrazio»: è la frase con cui papa Wojtyla negli ultimi giorni ha salutato la folla di fedeli che si era radunata sotto la sua finestra. È come se l’avesse pronunciata anche don Gino. È rimasto per tanti giorni nel suo lettino nella sua parrocchia: la “sua” gente per giorni gli ha fatto visita in un fiume di persone che andavano a salutarlo o a dire una preghiera.
Dentro le quattro mura che sono il centro di accoglienza per dare sostegno a chi ha all’ospedale un familiare grave. Stamani alle 10 nella parrocchia di santa Seton sarà celebrata la messa in cui chi gli ha voluto bene darà l’ultimo abbraccio a don Gino Franchi. l
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