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Tredicenne rapinato sotto casa, il garante dei minori: «Usciamo fuori, solo così nessuno avrà più paura»
Livorno, parla Stefano Romboli dell'associazione Don Nesi: «Ecco com’è cambiato il nostro amato rione». L'intervista
Livorno Stefano Romboli dal 2003 è uno degli operatori culturali dell’associazione Don Nesi in Corea. Èinoltre garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del Comune di Livorno. Proprio quest’anno l’associazione compie venti anni e coglierà l’occasione per festeggiare anche i 100 anni dalla nascita di Alfredo Nesi, nato nel 1923, con una serie di iniziative il 25 marzo presso la loro sede. Intanto, dopo il recente accoltellamento ai danni di un ragazzino di tredici anni proprio nel quartiere di Corea, lo abbiamo intervistato in quanto profondo conoscitore di quella realtà.
Cos’ha pensato quando è venuto a conoscenza della notizia del ragazzino rapinato con un coltello avvenuta qui in Corea?
«La notizia mi ha addolorato e mi è dispiaciuto tantissimo. Sono padre di un figlio della stessa età di quello aggredito e inoltre sono Garante dei diritti dell’infanzia dell’adolescenza del Comune di Livorno, e questo mi porta ad avere una certa sensibilità sul tema. Inoltre è avvenuta praticamente qui davanti alla nostra sede quando l’associazione aveva da poco chiuso i battenti. Abbiamo quindi buone ragioni di pensare che con l’associazione ancora aperta, un po’di persone in giro e qualche luce in più forse magari non sarebbe successo. Detto questo il caso vuole che proprio ieri, in un museo della città, a mio figlio è stato rubato un cellulare. Questo per dire che evidentemente non esistono luoghi sicuri così come non esistono luogo più insicuri di altri, questa è la mia opinione».
Da garante dei minori, quali pensi che possano essere le conseguenze per questo ragazzino?
«Augurandoci, visto che per fortuna ha subito ferite abbastanza lievi, che fisicamente rientri il prima possibile, per il trauma da un punto di vista psicologico mi auguro che i servizi sociosanitari non sottovalutino questa cosa. Mi auguro inoltre, che questo ragazzino non smetta di avere voglia di uscire di casa, perché il rischio è quello di condividere, anche fra di noi, che uscire è pericoloso e insicuro. E questo sarebbe un boomerang»
Quando e come è cambiato il quartiere di Corea?
«Il contratto di quartiere e la riqualificazione di Corea così come è stata fatta lo ha cambiato. Ancora tra 2003 e il 2007 c’erano gli anziani a veglia e i bambini che giocavano in strada. Man mano che si abbattevano le case minime e sparivano i negozi di prossimità e di quartiere, ha perso quelle caratteristiche e anticorpi che aveva, diventando, anche per gli effetti di omologazione e globalizzazione, un quartiere dormitorio».
Cosa emerge dalla relazione del 2020 che avete fatto sul quartiere?
«Abbiamo somministrato circa 150 questionari e il problema sicurezza non è tra i più rilevanti, era “pericoloso” per appena il 25% degli intervistati. Dico questo perché se facessimo oggi la stessa domanda dopo quello accaduto e un certo tipo di narrazione, la cifra si invertirebbe a 52%. Con questo non voglio sminuire la percezione di chi oggi ha paura, voglio dire che gli stessi intervistati, a memoria d’uomo, non si ricordavano un episodio come quello che ha visto coinvolto il ragazzino giorni fa. La distanza fra il quartiere Bronx e il quartiere Eden è abissale, il quartiere Corea sta lì in mezzo».
Quali sono le attività che si svolgono qui?
«Le nostre attività si divido tra quelle socio educative e socio culturali. Il doposcuola per ragazzi delle medie e superiori, un centro educativo estivo (anche per chi no potrebbe permetterselo) , il servizio degli incontri protetti in convenzione con il Comune dei Livorno per favorire, una ludoteca, sportelli di aiuto al cittadino. E poi proiezioni di Film, presentazione di libri, incontri su temi specifici e collaborazioni con altre realtà».
Se parlasse a un “coreano” del futuro, cosa gli direbbe?
«Di prendersi la propria parte di potere e protagonismo. Che non lasci la sua parte al mondo degli adulti, gli direi di non delegare a nessuno»l
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