Gioco
È morto Nestore Crespi, portò Addison a Livorno e la PL in Europa
La scomparsa dello storico general manager della Pallacanestro: con lui e Sacco l’apice della storia biancoblù
È morto Nestore Crespi. Aveva 88 anni. Chi ha vissuto l’epopea del basket anni Ottanta lo ricorda come un’icona della Pallacanestro Livorno, dove tornò a cavallo tra il vecchio e il nuovo millenio per rilanciare la società di via Cecconi, che insieme a Paolo Contesini con un roster quasi tutto livornese riportò ad un passo dalla A2. Una vita nel basket, da Treviso agli albori dell’era Benetton a Sassari e Torino.
LVIORNO. Arrivò a Livorno nel 1987, insieme a Giancarlo Sacco e al suo nome restano legate alcune delle pagine più belle nella storia della società allora in via Cecconi. La Pielle veniva da un campionato conclusosi positivamente con la conquista dei play-off ma che si portava dietro anche il fardello pesante dell’umiliazione del meno 39 in un derby sia pure giocato in condizioni disastrate (Boston, Mungar...). Fu probabilmente questo che condusse alla fine di un ciclo che aveva portato gioie e vittorie, quello legato ai nomi di Mauro Di Vincenzo e Piero Costa.
Benvenuto a Crespi e Sacco, dunque, e il loro biglietto da visita fu subito esaltante perché riuscirono a portare a Livorno il giocatore più forte e più amato di sempre nella storia della società, Raphael Addison.
Nestore Cresti se n’è andato mercoledì, nella sua casa di Varese, minato a 88 anni da una malattia che ormai lo costringeva a letto e le foto che si rintracciano in rete non rendono giustizia all’uomo che si era conosciuto, al suo faccione sempre allegro e sorridente, con quella ricerca quasi ossessiva della battuta di spirito. La morte è sopraggiunta per uno scompenso respiratorio, ma era ormai allettato. Al polso aveva ancora l’orologio griffato PL che Contesini aveva regalato a lui e a tutto lo staff in occasione della promozione in B1.
La sua passione per il basket era tale che, dopo una lunghissima carriera dirigenziale che, prima di Livorno, lo aveva visto occupare scrivanie prestigiose come Trieste e Treviso (dove ebbe il merito di avvicinare al basket la famiglia Benetton) e, dopo, Sassari, Porto S. Giorgio e Torino, ancora pochi anni fa, già ottantenne, nella sua Varese aveva lavorato come dirigente nelle minors, prima alla Bosto Varese e poi nella Handicap Sport, un progetto legato all’inserimento del disabili nelle attività sportive, senza escludere un visionario tentativo di portare il basket di un certo livello all’isola della Maddalena.
Amante del bon vivre, del gentil sesso e del buon cibo, era presenza fissa ai “7 Tavoli” di Betta, il ristorante-covo della dirigenza piellina, dei giocatori e di qualche tifoso eccellente. E lì era un diluvio di racconti, di aneddoti, di facezie tutte legate al mondo del basket.
Come detto, il suo primo anno a Livorno fu anche il migliore di sempre (quanto a risultati) nella storia della PL: sotto la spinta di Addison e Rolle la squadra raggiunse i play-off, eliminò al primo turno la Sanbenedetto Torino e nei quarti sfiorò una clamorosa semifinale dopo aver vinto gara-1 a Masnago contro la DiVarese, proprio a casa di Nestore. Il sesto posto finale valse comunque la partecipazione alla Coppa Korac nella stagione successiva, l’unica nella storia della società. Ma non c’era più Rolle, c’era Brad Wright e non era precisamente la stessa cosa. Non c’era più nemmeno Matteo Lanza e l’Allibert finì nelle sabbie mobili dei play-out dalle quali non riuscì a uscire.
Finì qui la prima parte dell’avventura di Crespi a Livorno, ma non il suo legame con la città e in particolare con la PL. A breve sarebbe arrivata la nefasta fusione, gli anni della Baker, la cancellazione. Ma lui restò sempre in contatto con i tanti amici che si era fatto, con gli addetti ai lavori, con i giornalisti. Telefonava, si informava, a volte capitava di persona, incredulo che una città come Livorno fosse sparita, da un giorno all’altro, dalla geografia del basket.
Chissà se qualcuno gli avrà fatto vedere le foto del Modigliani Forum riempito da 8.000 persone per il derby dell’8 dicembre... Ma la sua storia con Livorno ebbe un’appendice, all’inizio felice e poi, anche questa, mestamente conclusa. Dopo la fusione, la PL in quanto tale non esiste più, cancellata dai ruoli federali, costretta a ripartire, se vuole, dal campionato di prima divisione. E la cocciutaggine di Dedo Damiani da lì ripartì. Gli dettero una mano Andrea Falleni, Federico Morelli, Giovanni Podestà, David Fini, Manolo Burgalassi (e gli ultimi due ci sono ancora). Era la fine degli anni’90. Campionati minori, palestre di terz’ordine, finché piano piano l’asticella si alzò quando alla presidenza della società arrivò Paolo Contesini che, come prima cosa, alzò il telefono e chiamò Nestore Crespi chiedendogli se fosse stato disposto a rimettersi dietro la scrivania di via Cecconi. C1, B2, vittoria nella finale play-off a S. Marino curiosamente allenata da una vecchia gloria della PL, Adolfo “Porfirio” Marisi. Due anni di serie B, con in campo i ritorni dagli anni ruggenti di Sandro Dell’Agnello e Claudio Bocaccorsi e la mano calda di Walter Angiolini. I play-off raggiunti e persi da Montegranaro. Ma non c’erano sponsor di rilievo, non c’erano soci dietro a Contesini che passò la mano.
L’ultimo ricordo livornese di Nestore Crespi è un ricordo triste: un’assemblea di tifosi convocata nella palestra di via Cecconi, altre volte teatro di spettacoli ben più gratificanti, e lui con il microfono in mano nel tentativo disperato di salvare la società con un’azionariato popolare nel quale in pochi credettero. Perché in fondo questo era, Nestore: un sognatore al quale l’amore per il basket a volte faceva perdere di vista l’amara realtà.
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