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Ancora guerra fra le bande tunisine: «Picchiato in testa con una pistola»
Livorno, la testimonianza di una donna livornese: «Il mio fidanzato massacrato di botte fuori dall’Appendaun. Erano gli stessi della rissa di via Buontalenti»
LIVORNO. Dieci persone – «le stesse della maxi-rissa di via Buontalenti» – lo avrebbero picchiato fuori dall’Appendaun di via Pian di Rota e colpito in testa col calcio di una pistola all’ingresso del Bon Ton, dopo aver provato a scappare. È un racconto dettagliato quanto terribile quello reso venerdì scorso in tribunale da una trentaseienne livornese, la compagna del ventisettenne tunisino Ahmed Nebli, il giovane vittima del pestaggio che sarebbe avvenuto lo scorso novembre. Un agguato, secondo la testimonianza, da parte di una banda di tunisini: il segnale che disordini e tumulti fra le varie fazioni nordafricane della città sono tutt’altro che un ricordo lontano. La donna, che ha chiamato il 112 per chiedere aiuto, è finita poi in questura insieme al fidanzato che è stato trovato con la pistola con la quale era stato colpito, con matrice clandestina, motivo per il quale era stato arrestato dalle volanti.
Due giorni fa, però, al processo è emersa una realtà diversa. E Nebli è stato assolto. Il giovane, dal racconto della compagna, emerge come vittima di un sanguinoso pestaggio. «Sono stati i tunisini dell’altro quartiere – le parole della trentaseienne – alcuni dei quali coinvolti nella rissa di via Buontalenti (quella del settembre del 2021 con pistole e machete ndr). Noi eravamo usciti a cena con una nostra amica diciottenne per festeggiare i quattro anni di fidanzamento. Abbiamo bevuto, poi siamo andati all’Appendaun ed è successo il putiferio. In dieci lo hanno accerchiato colpendolo con calci e pugni. Ahmed si è difeso, i buttafuori hanno cercato di allontanare le persone, noi poi siamo montati in macchina scappando verso il Bon Ton. E quando lui stava per entrare per chiedere un fazzoletto, visto che era pieno di sangue, uno degli appartenenti alla banda lo ha raggiunto iniziando a picchiarlo con calcio della pistola. Mi sono sentita male…».
Non una rissa, un agguato: dieci contro uno. La donna, a quel punto, ha chiamato il 112, «ma il cellulare mi è stato strappato di mano, poi me lo hanno ridato. Stavo chiedendo aiuto, ma quando la polizia è arrivata gli altri erano già scappati e noi eravamo appena montati in macchina per allontanarci». Gli agenti, aprendo le portiere, hanno poi trovato la pistola. Una vecchia arma, per altro non funzionante, visto che aveva un colpo incastrato in canna e al massimo a chi l’avesse usata avrebbe potuto esplodergli in mano. Motivo per il quale, Nebli, difeso dall’avvocata Barbara Luceri, dal porto clandestino per il quale era stato arrestato è stato dichiarato non colpevole (la procura aveva chiesto un anno e mezzo): «Il mio compagno – ha ripercorso la fidanzata – mi ha raccontato di aver preso la pistola caduta in terra per evitare che la usassero contro di lui». Luceri, nella richiesta di assoluzione, aveva puntato sul fatto che «l’arma fosse stata trovata su un sedile, e non nascosta, circostanza che avvalora la ricostruzione della compagna: quell’arma non era di Nebli». «Lo hanno rovinato dalle botte – sono state le parole della giovane in aula – perché tutti se la sono presa con lui. Era da solo, aveva solo me, non dimenticherò mai quando uno di loro picchiava il mio fidanzato in testa con la pistola».
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