Gioco
I giovani, il diritto ad essere felici e le difficoltà nel trovare il sorriso
Salesiani pieni: a raccontare la propria storia il colonnello dei carabinieri e il cestista Fantoni
LIVORNO. Esiste un diritto alla felicità. Dobbiamo pretenderlo? Se lo chiede, in sala, uno dei presenti all’incontro organizzato dai Salesiani di Livorno nel teatro di via Risorgimento, stracolmo per l’occasione. La domanda nasce da una semplice constatazione: oggi, soprattutto i giovanissimi, pretendono di essere felici e spesso associano questa condizione al poter essere liberi di fare quel che gli pare.
La risposta che arriva dal banco dei relatori riassume il succo della serata: «Tutti hanno diritto di avere gli strumenti per poter essere felici». Perché questi strumenti, talvolta, mancano o sono addirittura negati. Ne sa qualcosa il colonnello Piercarmine Sica, comandante provinciale dei Carabinieri, da neppure quattro mesi a Livorno ma con un bagaglio di esperienze che lo rende un interlocutore prezioso per l’incontro. Sica è stato in servizio a Napoli, nei quartieri “consegnati” alla malavita dove fare lo sbirro è una missione. Alle Vele, a Scampia, a Secondigliano. «Ho visto ragazzi giovanissimi – racconta il militare –. Erano infelici, ma non era colpa loro. Qui interi quartieri sono adibiti a aree di spaccio. E i ragazzini fanno le “vedette”. Prendono 250 euro a settimana e hanno il motorino. La criminalità provvede alle loro famiglie. Questi sono giovani che non hanno avuto la fortuna di poter scegliere».
Il capo dei carabinieri viene dai Salesiani, ha fatto proprio l’insegnamento di Don Bosco. Rammenta una frase che gli è rimasta impressa durante gli anni del liceo. «Ricorda di mantenerti te stesso e di parlare con chiunque». Quando gli viene chiesto cosa significa, per lui, la felicità non ha dubbi: «Il desiderio di stare dalla parte dei più deboli, il gusto di non sopportare i soprusi».
Ma un uomo di successo può essere felice? Tommaso Fantoni, campione di basket pivot della Libertas, ex azzurro, prova a spiegarlo forte della sua esperienza di atleta professionista. Lui che il successo lo ha conosciuto sotto canestro. «La felicità non va confusa con il successo. Per me la felicità è fare contenta la gente che ti viene a vedere giocare e per questo cerco di lavorare e migliorarmi sempre». Ne ha visti, però, Fantoni di giocatori infelici. «Soprattutto quelli che vengono dalla Nba. Lì ti chiedono sempre di fare numeri, è un campionato difficilissimo. Alcuni hanno disturbi mentali, devono fare numeri per mantenersi competitivi». Gli allenatori? «Fino al settore giovanile ti coccolano e ti cullano, quando diventi professionista cambia tutto».
La scuola può fare molto _ spiega Francesco Monelli, professore di liceo – soprattutto ascoltare. Perché a impartire lezioncine siamo buoni tutti, meno a posare l’orecchio su quello che i più giovani provano a dirci. Paolo Tiso, assistente sociale che ha partecipato al Sinodo dei Giovani a Livorno, lo sottolinea, ricordando l’esperienza del vescovo Ablondi e di monsignor Savio: «Ablondi fece un gesto simbolico – racconta –; andò in piazza Attias, un tempo luogo di ritrovo degli adolescenti livornesi, e consegnò loro una lettera: “facciamo due passi insieme”. E da lì inizio un percorso di dialogo e di ascolto, sul tema del “cosa cerchi”». Tanto che questo materiale fu tradotto in un libro intitolato, non a caso, “No, una predica no”. «Perché i giovani non hanno bisogno di prediche _ dice Tiso _ ma di essere ascoltati».
Le difficoltà, in questo percorso, ci sono. Le tratteggia Andrea Cadoni, psicologo clinico, del Ceis: «Oggi abbiamo uno stringente bisogno di semplificare e tutto ciò ci allontana dalla felicità che invece si trova nei momenti di pienezza, nel contatto con l’altro». Cita don Tonino Bello «l’uomo è un angelo con un’ala a metà, perché solo con l’altro, nella completezza si raggiunge la felicità». Quelle difficoltà, quegli ostacoli, quegli inciampi che Tonio Corcione , a capo del movimento giovanile salesiano, tocca con mano nell’attività di ogni giorno, quello che lui stesso definisce “il giorno dell’uomo”, «perché parte con l’insegnare ai bambini e finisco alla mensa degli anziani».
Assodato che Giustizia e Felicità non sono un binomio perfetto e i casi di cronaca quotidiana spiattellati davanti ai nostri occhi ce lo dimostrano, considerando la felicità come una virtù, la domanda finale è come raggiungerla. E se una risposta che va bene per tutti non c’è, una strada però può essere indicata. E non è un caso, allora, che in sala la giovane Anna Bellini rompe il ritmo del dibattito cantando una sua personale e suggestiva versione della Cura di Battiato. Perché felicità è anche prendersi cura dell’altro. Per sentirsi tutti – come cantava il maestro _ degli “esseri speciali”. Parlando _ è il messaggio finale che arriva dall’incontro dei Salesiani – al “cuore dei giovani”.
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