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I 100 anni del negozio la “Madre di famiglia”: «Le mode cambiano, noi restiamo»

di Melania Carnevali
I 100 anni del negozio la “Madre di famiglia”: «Le mode cambiano, noi restiamo»

Aperto nel 1923 in via Buontalenti dai bisnonni di Piero Disegni. La famiglia ebrea scampò al rastrellamento sui monti della Garfagnana

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LIVORNO. Sul bancone ci sono vecchie foto color seppia. Piero Disegni le sta tirando fuori una ad una da una vecchia scatola che tiene custodita qui in negozio, “La madre di famiglia” in via Buontalenti. Con quelle racconta la sua storia e quella della sua attività che a marzo compirà cento anni. Una mosca bianca in un tessuto commerciale dove la vita media di una piccola impresa è sempre più breve. «Vede qui - inizia-? Una volta avevamo la stoffa a metraggio, poi è sparita. Cambiano le mode, ma noi restiamo».

Sono stati i suoi bisnonni, Isacco Cava e Giulia Funaro, nel marzo del 1923, ad aprire il negozio che all’epoca era specializzato in corredi. Si trovava sempre in via Buontalenti ma in un edificio poi demolito e dove adesso si trovano i primi banchi del mercato. Insieme a loro, c’era Ilma, una delle tre figlie (le altre due avevano aperto altri due negozi di corredo), nonché nonna di Disegni. «Andò a lavorare nel negozio perché aveva divorziato - racconta lui - e aveva una figlia, che poi era mia mamma».

La loro non fu una vita semplice. Erano ebrei e l’Italia da un anno era già sotto il fascismo. Nel 1938 vennero introdotte le leggi razziali e iniziò il periodo della persecuzione dei diritti degli ebrei, che l’8 settembre 1943, con la firma dell’armistizio, si trasformò nella persecuzione delle vite degli ebrei. Loro chiusero il negozio e scapparono in Garfagnana. Nel frattempo, nel 1940, era nato Piero Disegni. Sulla montagna di Lucca passarono da una casa all’altra per non lasciare tracce. «Non patimmo mai la fame e sa perché? Le mie zie quando chiusero il negozio per scappare presero solo tre tessuti: la fodera, il basino e la massaua. Con questi tre tessuti andavano dai contadini e dicevano “io ti do questa stoffa, tu mi dai un pollo”. E così siamo andati avanti due anni». A Casoli, frazione di Bagni di Lucca, si trovarono in mezzo a un rastrellamento. «Mi ricordo ancora la faccia dei soldati che bussarono alla porta. Per fortuna non c’erano i nazisti e loro si intenerirono a vedermi saltare in braccio a mio babbo piangendo. Ma ci dissero “qualcuno dobbiamo portare via”». Presero due suoi cugini, di 19 e 21 anni. Furono deportati ad Auschwitz e non tornarono più.

Dopo quel rastrellamento, tutta la famiglia si spostò in Versilia, a Focette, dove rischiarono per la seconda volta la vita.«Questo episodio non me lo ricordo, me lo ha raccontato mia nonna. Eravamo nascosti in un bunker e sentivano i bombardamenti, i rumori. Quando abbiamo sentito il silenzio, siamo usciti e abbiamo visto arrivare dei soldati. Pensavamo fossero americani e invece erano gli ultimi tedeschi. Ci misero contro un muro e quando ci stavano per sparare passò un aereo che li mise in fuga».

L’attività riprese nel 1945, con la fine della guerra. La città era devastata dai bombardamenti. Vicino al negozio c’era un cinema, il Politeama, che era stato trasformato in un circolo per sottufficiali americani. «Spesso le signorine che li accompagnavano volevano un regalo e all’epoca andava di moda una coperta di ciniglia con degli angeli disegnati che noi avevamo». Sua nonna e il bisnonno (la bisnonna era morta da poco) avevano messo nel negozio due brandine e un vaso e trascorrevano le notti lì contro i furti. «E i sottufficiali venivano di notte a bussare per comprare la coperta». La nonna, in cambio di sconti, chiedeva per lui pop corn e Coca Cola che all’epoca non venivano ancora venduti al pubblico.

Poi arrivarono gli anni Cinquanta. Gli americani non c’erano più, in compenso c’erano i russi. E lì iniziarono a girare i primi soldi. «Era piena guerra fredda - racconta - i russi instaurarono un grosso rapporto commerciale con i porti di Livorno, Genova e Napoli. L’equipaggio doveva scendere in gruppo e doveva essere accompagnato dal commissario. Vennero in negozio. In quel periodo andavano di moda gli arazzi. C’erano trattative da fare che duravano giorni. Quando il commissario concordava il prezzo, ne compravano centinaia».

Poi gli anni Sessanta, gli anni in cui Piero Disegni si diploma allo scientifico ed entra a tempo pieno nell’attività di famiglia. Quelli diventarono gli anni della camicia di poliestere, che non doveva essere stirata. La produceva il cotonificio Vallesusa di Felice Giulio Riva, ex presidente del Milan. «Andava molto in Lombardia, ma da noi non era ancora arrivata. Così lo proposi a mio padre e lui all’inizio era scettico. “Non conosciamo nessuno”, mi disse. E io gli dissi: “Andiamo e bussiamo”. E così facemmo. Ma costava tanto: 2.500 lire. Per avere uno sconto dovemmo comprare 12mila camicie a volta e togliere le etichette». Il primo a comprarla a Livorno fu un avvocato. «I suoi colleghi lo videro in tribunale e vennero subito a comprarla. Ne vendemmo 150 in un giorno». E andarono avanti così per due o tre anni. Poi l’azienda tessile fallì.

Piano piano i corredi sparirono dal negozio. Prima entrarono le stoffe a metraggio, poi i prodotti industriali, i coltroni, le lenzuola confezionate, i copriletto. «Arrivarono le cose popolari ma sempre con gusto elevato. Al 99 percento abbiamo prodotti italiani di qualità. Sparito il lino, il misto seta. Si va verso una produzione più commerciale però sempre con un occhio alla qualità e alla sostanza», chiarisce Disegni.

Sempre negli anni Sessanta l’attività si spostò nell’immobile di fronte, perché il vecchio edificio, in parte bombardato, fu considerato irrecuperabile e venne demolito. E da allora è sempre lì ad accogliere vecchi e nuovi clienti, un occhio su una città che cambia. «Adesso manca un politico di valore, di qualsiasi colore sia. Uno che faccia, che agisca. Guardi lì», dice indicando le bancarelle del mercato. «Le prime bancarelle sono chiuse. Tutte le amministrazioni che si sono susseguite hanno contribuito al decadimento di questa città. E non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, ma perché non hanno fatto. Perché non mettono insieme le bancarelle aperte e tolgono quelle chiuse per usare l’area che rimane come parcheggio? Il mercato poi deve lavorare tutto il giorno, non si può vedere il deserto del pomeriggio».  

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