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ErreDue, la sfida dell’idrogeno. Così Livorno diventa la capitale del futuro

di Flavio Lombardi
ErreDue, la sfida dell’idrogeno. Così Livorno diventa la capitale del futuro

Prima impresa della città ad essere quotata in Borsa, punta sulla ricerca. Al Picchianti maxi-fabbrica su 17mila metri quadrati e assunzioni di giovani

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LIVORNO. Correva l’anno 1996 quando Il Tirreno titolava “Metti l’acqua nel motore”, e si raccontava essere livornese l’unica azienda europea che produceva energia direttamente dall’acqua. Si parlava già di automobile a idrogeno, di un progetto pronto ma chiuso nel cassetto. E anche di generatori ossidrici a prendere il posto di pericolose bombole a propano e altri gas pericolosi, annullando rischi di inquinamento, salute per chi lavora, rischio esplosioni. Scindendo l’acqua con il principio dell’elettrolisi, in idrogeno ed ossigeno. Facciamo un salto temporale, come si fosse nella cabina telefonica del Dottor Who, senza parlare di cose aliene. Ma fattibili, realizzabili. Anzi, nel frattempo realizzate. E’ il 2006, ed ancora il nostro giornale titola: “Mi fa un pieno d’idrogeno (livornese), il primo distributore d’Europa per auto è stato costruito al Picchianti”. Trentadue dipendenti, all’epoca; il distributore in questione è stato installato a Stabio, nel Canton Ticino. Il suo “cuore” è un generatore di idrogeno e a rifornirsi, sono i ciclomotori Aprilia Atlantic Zero Emission. Il funzionamento è semplice per chi ha delle nozioni. Per scomporre l'acqua e liberare l'idrogeno occorre una fonte d'energia, che nel nostro caso è solare. Il combustibile viene assorbito da una sorta di “spugna” (fuel cells), dove è immagazzinato, e viene poi rilasciato attraverso il calore. Già in quel periodo, ErreDue cominciò a fabbricare generatori di idrogeno altamente puro che non hanno bisogno di energia elettrica. La scissione delle molecole viene azionata dal boroidruro di sodio mediante un procedimento brevettato. Arriviamo al dicembre 2022. Questa azienda nel frattempo ha 90 dipendenti e racconta una corsa lunga 47 anni. Cominciata nel ’76 quando tre compagni di classe dell’Iti, Enrico D’Angelo, Roberto Saletta e Mauro Marrucci, fondano la realtà imprenditoriale. Sbarcata ora in Piazza Affari, prima azienda livornese quotata in borsa.

Un giro di affari di 11,1 milioni di euro nel 2021 e un utile netto da 2,3 milioni. Ammessa alle negoziazioni sul mercato Euronext Growth Milan, a 12 euro per azione. Tanta salute e ricerca di nuove figure da inserire. Giovani periti soprattutto. «Abbiamo fatto tanti annunci - dice D’Angelo, ma facciamo fatica a trovare profili. Forse i nostri giovani sono sfiduciati e non ci provano nemmeno. Ma da noi trovano il posto giusto».


L’utopia vive al Picchianti

Chiamiamola pure l’isola che c’è, questa società che, così come è oggi, parte nel 2000, che ha sede in via Gozzano al civico 3 e che ieri mattina, alla presenza del sindaco e dell’assessore al lavoro con delega allo sviluppo economico, Gianfranco Simoncini ha fatto gli onori di casa con l’AD Enrico D’Angelo e il CFO (Chief Financial Officer) Francesca Barontini. «Il futuro è roseo perché lavoriamo nella transizione energetica che diventerà il motore di tutta l’economia» dice D’Angelo, mentre Barontini va oltre: «Con l’ingresso in borsa, ci sentiamo pronti ad affrontare il mare aperto di queste sfide. I programmi prevedono una espansione all’estero aprendo in Francia, Polonia, Germania, Spagna».

Grande visione strategica, con la costruzione della “Giga Factory” per lavorare a commesse di grandi macchine da 1 a 5 megawatt per azoto ultrapuro che sorgerà nei 17mila metri quadri del vecchio centro stampa del Tirreno al Picchianti, pronta per fine anno. Si aggiungerà agli immobili esistenti dove si fa ricerca e sviluppo, si costruiscono macchine mediche, si produce generatori di ossigeno medicale. Poi, c’è l’officina meccanica di Lavaiano. Una azienda sullo stile di una micro public company. «Abbiamo l’azionariato diffuso - riprende D’Angelo - , qui non c’è il padrone. Azionisti, sono i dipendenti; 22 soci, persone che hanno fatto il salto dimostrando attaccamento. Gli utili sono di chi li produce, sono per la divisione e ripartizione delle ricchezze. Ho creato una serie di benestanti. E abbiamo un grande futuro. Anche con le comunità energetiche, civili abitazioni per avere indipendenza dalle fonti attuali ».

La proposta ad Aamps

Grandi macchine, e anche grandi impianti. Nulla è impossibile. Ci fu la proposta caduta nel vuoto anche ad Aamps, che ha un biodigestore: fare un impianto di biometano sintetico. Il biometano, quando viene bruciato, per il 55% è CO2, cioè anidride carbonica. «Se quella CO2 - dice D’Angelo - la mischiamo con dell’idrogeno verde, cioè ottenuto con una fonte rinnovabile, attraverso la “reazione di Sabatier”e con un catalizzatore che produce solo ErreDue, si può riprodurre metano. All’uscita dal tubo, invece di avere il 40-45% di biometano, si ottiene invece l’80%. Recuperando quindi molto più prodotto e inquinando molto meno. Non si dimostrò molto interesse». Un impianto così, intanto ErreDue lo ha fatto per conto di Acea a Torino.
 

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