Gioco
Si apre il processo all’ex vicequestore Delfino. «Si segnava al lavoro anche quando non c’era»
In aula ha parlato l’investigatore Ingrasciotta, ex comandante della Finanza: «Certificava la sua presenza anche quando non andava in commissariato»
LIVORNO. «L’orario lavorativo di Walter Delfino era di sei ore al giorno su sei giorni alla settimana. Da quanto abbiamo potuto verificare, incrociando i turni certificati al ministero dell’Interno con i suoi spostamenti, il vicequestore a volte si trovava in luoghi estranei al territorio di competenza, si intratteneva in commissariato per poche ore o non si faceva mai vedere. In altre occasioni, grazie alle celle telefoniche agganciata dai suoi due cellulari, è stato localizzato sul porto di San Vincenzo, dove la società General Consulting Delfino & Partners aveva due barche. Abbiamo analizzato anche gli accessi alla Marina grazie al badge elettronico».
Il processo
A parlare davanti al giudice Alberto Cecconi è l’ex comandante della guardia di finanza di Piombino, il capitano Antonino Ingrasciotta, ora a Gorizia. Il militare, all’epoca dei fatti, ricevette un esposto anonimo contro l’ex dirigente del commissariato di Piombino e, su delega del pm Massimo Mannucci, avviò l’indagine oggi culminata nel processo per truffa ai danni dello Stato e falsità ideologica. Il sessantaduenne vicequestore – oggi in pensione, nel 2020 candidato in consiglio regionale fra le fila di Fratelli d’Italia e in passato a Livorno capo della sezione anticrimine, delle volanti e dell’ufficio immigrazione – è difeso dall’avvocato Roberto Baccheschi e, stando alla tesi dell’accusa, si sarebbe segnato al lavoro quando invece non sarebbe stato in servizio. Guadagnandosi, secondo la procura, un ingiusto profitto per 32.372,53 euro lordi: 14.786,97 dal settembre 2018 al giugno 2019 e 11.710,09 (oltre a 5.875,47 non ancora pagati dall’amministrazione) dall’agosto 2018 al maggio 2020. Nel settembre di due anni fa gli vennero sequestrati 11.710,09 euro dal conto corrente e 5.875,47 non ancora accreditati. Soldi che però, su istanza del suo legale, furono restituiti dal tribunale. «Delfino – queste le motivazioni dei giudici – non aveva l’obbligo di eseguire la prestazione lavorativa né nel commissariato, né nel territorio di competenza. Era dunque possibile che stesse lavorando mentre si trovava a casa (svolgendo attività che non richiedevano la presenza in ufficio) o anche altrove: ad esempio nelle occasioni in cui si è recato in visita istituzionale al vescovo di Massa Marittima, in questura o ancora quando era impegnato in incontri di varia natura». La difesa, lo ha fatto anche nei mesi scorsi al Tirreno, ha sempre sostenuto che Delfino stesse lavorando pur non essendo («e non essendo obbligato a farlo») seduto alla scrivania del suo ufficio.
I pedinamenti
È il 3 marzo 2020 quando Ingrasciotta, che tornerà in udienza fra poco più di un mese per rispondere alle domande dell’avvocato Baccheschi, visiona l’esposto e decide di far seguire Delfino in stazione e al commissariato. Due pattuglie della guardia di finanza, infatti, il 5 e il 6 marzo lo aspettano sia allo scalo ferroviario di Campiglia, sia fuori dal commissariato. E annotano quando scende dal regionale da Grosseto (dove abita ndr) o quando parcheggia la sua Volkswagen Golf vicino al luogo di lavoro. «Solo nei primi due giorni – ha spiegato in aula Ingrasciotta – aveva lavorato rispettivamente un’ora e 20 minuti e cinque ore a fronte di 9-11 certificate. Purtroppo, visto che in quei giorni c’è stata l’esplosione della pandemia, ho dovuto interrompere questo servizio e dare la priorità all’ordine pubblico».
Indagine “storica”
Così è partita un’indagine sugli 11 mesi precedenti, frutto di un’enorme analisi di dati. I finanzieri, infatti, oltre a ricevere dal ministero dell’Interno tutta la documentazione sulle ore lavorate e lo stipendio percepito (con straordinari annessi), esaminano i tabulati telefonici con le celle che geolocalizzano Delfino e i dati del badge del porto di San Vincenzo, dove il vicequestore nel periodo di indagine avrebbe trascorso del tempo. Il responsabile della Marina, fra l’altro, è stato anche ascoltato dagli inquirenti proprio in merito alle abitudini del poliziotto in pensione. «Ci siamo resi conto – ha sottolineato Ingrasciotta – che man mano che passava il tempo i gravi indizi di reato andavano ad aumentare. Gli straordinari venivano indicati direttamente da Delfino con un’autocertificazione e ci siamo resi conto che il suo uso era copioso. L’ufficio del personale della questura ci ha inoltre informato che il vicequestore non ha mai chiesto la possibilità di lavorare da casa, con il cosiddetto “smart working”.
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