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Sotto le piazze e nelle antiche segrete: ecco la Livorno nascosta e tutta da scoprire

di Franco Marianelli
Sotto le piazze e nelle antiche segrete: ecco la Livorno nascosta e tutta da scoprire

Da piazza della Repubblica fino alle fortezze: aneddoti e storie della città sotterranea

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Livorno Che Livorno sia un città ancora da scoprire lo dimostrano i recenti articoli pubblicati dal Tirreno sui misteri della Valle Benedetta (e i passaggi ostruiti della cripta di San Iacopo) e sui ritrovamenti a Villa Maurogordato. E “scoprire” è proprio la parola giusta per parlare della città nascosta, ovvero quella sotterranea, coperta a suo tempo da una giovane Livorno di superficie che voleva affrancarsi dalla vecchia immagine.

L’origine

Era la metà dell’Ottocento e la città volle appunto proiettarsi al di fuori delle tradizionali linee del Pentagono del Buontalenti, uscire dalle mura, allargare i sobborghi e gestire diversamente la politica degli spazi strategia fondamentale per un città di porto. Fu così che su un ponte, sopra il canale del Fosso Reale che univa la Via Grande al resto della città (verso monte) , venne eretta Piazza della Repubblica (una delle piazze più grandi d’Italia) che sovrastò la città bassa delle cantine.

Sotto le piazze

Limitandoci a parlare di ciò che è stato accertato e non delle leggende, la parte sepolta è quella ancora esistente e si trova in un punto ben preciso: cioè sotto al blocco del vecchio caseggiato tra piazza della repubblica e piazza Garibaldi. Peraltro il palazzo in questione è quello che ha ospitato per decenni la federazione del Pci. Chi vuol accedere a questa parte sotterranea di Livorno può farlo solo in date concordate: ovvero quando le varie associazioni culturali organizzano la “discesa agli inferi” previo un accesso privato, nella Piazza Garibaldi stessa, a quel dedalo di corridoi a livello dei fossi.

Tracce del passato

È cosa nota come sotto la “rialzata” piazza della Repubblica sia ancor oggi possibile notare qualche traccia del passato, come l’insegna di un fornaio. È poi agli atti una testimonianza di Riccardo Ciorli, già direttore dell’Archivio di Stato e uno dei massimi cultori della storia di Livorno, su come un cittadino, volendo ristrutturare una cantina, demolì un muro trovando dall’altra parte un autocarro modello “Tigrotto Om”. Nessuno fu capace di spiegare come potesse essere rimasto lì. Ma soprattutto come avessero fatto a portarcelo. Sempre Ciorli racconta un divertente episodio (ma non per l’interessato) che per gustarlo è necessario sapere prima come le cantine, nei tempi che furono, erano adibite e vere e proprie “cloache” da parte di coloro che non erano in grado di permettersi una toilette in casa. Ebbene il cittadino in questione, un ciabattino che aveva fatto della cantina il suo laboratorio, impegnato nel suo locale a lavorare con la fiamma della candela, venne a contatto con i gas di scarico del locale-wc attiguo, gas che si formano per ovvi motivi nei “bagni” di cui sopra facendo sì che si verificasse una piccola esplosione. «Si può affermare che sebbene a Livorno non si possa parlare di sotterranei veri e propri – entra nel merito Ciorli – esistano però nella sua storia presenza di ambienti oggi sepolti e dimenticati dove in certi periodi vi ha preso vita una specie di “corte dei miracoli” che ben si sposa con la nota “vivacità sociale” dei livornesi, figli di coloro che vennero scarcerati dalle prigioni a patto di popolare la città».

Il mercato

Storia a sé fanno i corridoi “underground” del Mercato delle Vettovaglie di cui si è ampiamente parlato e la parte nascosta delle due fortezze livornesi giustificata dalle esigenze militari: «Gallerie profonde con volte areabili e robuste – scrive ancora Ciorli – un sistema talmente ingegnoso e complicato che ancor oggi non se conosce il piano costruttivo né quanto si sviluppi appieno. Livorno ha nelle sue viscere un patrimonio di percorsi che meriterebbero di essere scoperti e resi visibili». I percorsi si chiamavamo “mine” dal fatto che spesso erano depositi da polvere da sparo. Il nostro storico scrive che un soldato, col suo sacrificio, avrebbe avuto il compito di accendere la miccia in caso di accesso del nemico alla zona. Nulla è dato sapere sul suo preventivo assenso al nobile gesto.

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