Gioco
Delitto Cacciavite, parla l’amico: «Del Vivo si vantava di aver ucciso Chimenti»
Livorno, le parole in aula di Giuseppe Casciana: «Dopo il delitto mi ha fatto cercare le pistole nella siepe davanti casa sua»
LIVORNO. «Pur non avendolo mai detto chiaramente, Del Vivo, si vantava di aver ucciso “Cacciavite”. Davanti a me non l’ha mai ammesso, ma lo faceva capire. Un giorno io e lui siamo anche andati a piedi da piazza Mazzini a via Passaponti, dove abitava, e lui mi ha detto: “Questo è il percorso che ha fatto chi l’ha ucciso dopo la fuga”. Un’altra volta ricordo che a me e ad altre persone Riccardo chiese di cercare delle pistole nascoste in una siepe davanti a casa sua, ma non le abbiamo mai trovate».
A parlare, davanti alla corte d’assise del tribunale, è il settantunenne livornese Giuseppe Casciana, amico di infanzia dell’uomo che ha ammesso di aver ucciso Alfredo Chimenti, il settantatreenne Riccardo Del Vivo, condannato a dieci anni di reclusione e da quando ha deciso di collaborare con la giustizia emigrato in una località segreta, dove tuttora vive. Il testimone – che con lui ha «commesso qualche reato da giovane» ed è stato recluso, insieme, «nelle carceri di Pisa, San Gimignano e Porto Azzurro», ha proseguito in aula – ha risposto alle domande dei giudici, degli avvocati e del pm Niccolò Volpe nell’ambito del processo che vede come imputati, per concorso in omicidio volontario, il sessantacinquenne portuale Massimo Antonini e il cinquantaduenne Gionata Lonzi. Alfredo Chimenti, da tutti conosciuto come “Cacciavite”, venne ucciso a 47 anni all’alba del 30 giugno del 2002 in piazza Mazzini, sotto la sua abitazione, con due colpi di pistola. Stando alle indagini dei carabinieri, coordinati dal procuratore Ettore Squillace Greco, a sparare sarebbe stato Del Vivo, in compagnia di Antonini che lo avrebbe accompagnato in scooter. Lonzi, secondo l’accusa, avrebbe invece reperito la pistola. Quello che per 19 anni è rimasto un delitto irrisolto, nel settembre del 2021, ha visto il suo epilogo nei tre arresti dopo la confessione di Del Vivo. «Non lo volevo uccidere, solo spaventarlo – aveva ammesso lo scorso novembre, collegato in videoconferenza dalla località segreta, lo stesso settantatreenne – Volevo punirlo perché era prepotente e guadagnava la “cagnotta” (la percentuale sulle giocate d’azzardo ndr) che non meritava». Chimenti, all’epoca dei fatti, era uno dei soci del circolo “La Garuffa”, al centro del business delle giocate illegali: «Su di lui – ha proseguito Del Vivo – c’era grande malcontento, me lo dicevano tutti. Era prepotente. Poi avevo proposto a due altri soci del circolo “La Garuffa”, il suo, di assumere nel bar un mio amico, Tonarini. Loro non avevano niente in contrario, ma il problema era Chimenti, che invece non voleva».
«Riccardo era amico di Antonini, lo aiutava sempre – ha proseguito Casciana – e anche di Lonzi. Antonini, in particolare, so che lo aiutò facendogli presentare una richiesta per essere preso nella cooperativa “Toscana”, in porto, dove una ventina di anni fa lavoravo anche io. Pochi giorni dopo l’omicidio di Chimenti, che conoscevo a malapena, Del Vivo a me e ad altre persone fece invece cercare delle pistole in una siepe davanti a casa sua, in via Passaponti, ma non ha mai detto di averlo ucciso lui, pur facendolo capire». l
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