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Il mondo visto dall’Avvisatore: così lavora l’occhio del porto

di Claudia Guarino
Il mondo visto dall’Avvisatore: così lavora l’occhio del porto

Il Tirreno ha trascorso alcune ore sulla torretta scrigno dello scalo livornese. «Ogni giorno da soli a gestire emergenze di ogni tipo, ma che soddisfazione»

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LIVORNO. Quando il vento increspa appena appena il pelo dell’acqua da lassù si vede tutto. Il faro, le banchine, le navi in arrivo, quelle in partenza. E il mare. Fino alla linea dell’orizzonte. Seduto sulla scogliera c’è un pescatore. Lancia la lenza e aspetta, paziente, che una preda abbocchi all’amo. Sulla torretta azzurra del porto, invece, non c’è tempo per l’attesa. Bisogna rispondere al telefono, comprendere. Registrare, scrivere, comunicare. Spesso contemporaneamente. Quasi sempre nell’arco di pochi minuti. Fabrizio Moniga afferra un binocolo e osserva il mare, mentre il collega risponde al telefono. «Pronto, Avvisatore». «Qui nave X, stiamo entrando in porto». E la penna registra tutto sul quadernone: nome della nave, orario d’arrivo, posizione. Moniga è una delle nove persone che lavorano all’Avvisatore Marittimo del porto, servizio attivo 24 ore su 24, giorno e notte, 365 giorni l’anno. «Siamo l’occhio del porto – dice Moniga –. Il nostro è un lavoro complicato e richiede conoscenze tecniche che non vengono insegnate nelle scuole. Ma è anche una professione estremamente affascinante».

Il lavoro

L’avvisatore si sveglia e sa che dovrà documentare tutto ciò che avviene in porto. Non può permettersi di farsi sfuggire qualcosa. «Registriamo tutto ciò che si muove qui. Quando una nave è a tre miglia, per esempio, significa che è arrivata in porto». E Moniga o chi per lui segna l’orario, rigorosamente a mano, sull’enorme registro appoggiato sul tavolo che affaccia sull’orizzonte. «Poi la nave entra in porto: questa è l’ora di ingresso». Che richiede un altra annotazione sul registro. «Successivamente l’imbarcazione fa manovra» e quando questa fase si conclude sul maxi quaderno viene registrato l’orario di fine ormeggio. In questo modo ogni traccia di ogni nave resta agli atti. Perché? Vi chiederete. A cosa serve questo lavoro? «Tutti i dati, che vengono poi inseriti all’interno di sistemi informatici e condivisi con le autorità (capitaneria di porto, polmare eccetera, ndr) hanno valenza amministrativa e commerciale. Così sappiamo quando si è verificato un evento e sappiamo ricostruire tutto l’iter del movimento di una nave».

Gli orari delle navi

Registrare l’orario di arrivo di una nave serve, per esempio, perché chi muove merci ha un compratore. E chi compra vuole un carico entro un determinato orario, sforato il quale è possibile che ci siano delle grosse penali da pagare. «Dunque noi qui abbiamo una grande responsabilità. Dobbiamo stare molto attenti a non commettere errori». D’altra parte sapere quando una nave sta arrivando è essenziale anche per attivare tutti i servizi correlati: portuali e ormeggiatori, ad esempio. «Se una nave è in ritardo, per esempio per motivi di meteo o per cause tecniche, l’Avvisatore avverte tutti gli interessati in modo tale che chi deve lavorare a terra non aspetti in banchina». Registrando tutto, chiaramente. All’Avvisatore (che è gestito da una società privata) hanno i registri dal 1956 in poi, ma «qui vengono raccolti dati da oltre cent’anni».

Tempo di reazione

Fabrizio Moniga lavora in torretta da parecchi anni e sa che non è facile. «Il nostro è un mestiere impegnativo, non per tutti – spiega –. Operiamo su turni e durante la notte c’è una persona che spesso si trova a gestire l’emergenza da sola. Bisogna avere inventiva e saper improvvisare. E chi inizia deve possedere un minimo di competenza tecnica e conoscere l’inglese». Perché squilla il telefono e chi alza la cornetta deve comprendere alla perfezione ciò che dice l’interlocutore. Anche se dall’altra parte c’è qualcuno che parla un inglese che pare più arabo. «Non è facile e ci sono molte responsabilità, ma proprio per questo il nostro è un lavoro in cui ci sono tante soddisfazioni». E anche un numero infinito di aneddoti.

Gli aneddoti

«Un giorno chiamò una persona che si trovava in difficoltà. Disse: aiuto. E noi: dove si trova? In mare, rispose. Era obiettivamente un’informazione abbastanza vaga...Capimmo dov’era facendoci descrivere che cosa vedeva. Le isole e la loro posizione, nello specifico». Non solo mayday. «Una volta un uomo si è tuffato dalla scogliera e ha fatto mezzo porto a nuoto. Altre volte è capitato di vedere persone in pedalò o a bordo delle canoe muoversi in mezzo a navi enormi». Chissà quanti altri racconti custodisce quella torretta che svetta sul porto tutto. Molti fanno sorridere, altri fanno riflettere.

Tempo di reazione

Come la storia del lavoratore filippino che nel settembre del 2021 morì a bordo della petroliera Melegunis dopo essere stato colpito da un cavo. «C’era questa nave in Darsena. Una petroliera che doveva partire ed era rimasta con due cavi. Al passaggio di un’altra nave questi cavi si sono rotti e un uomo, che era al posto di manovra, è stato colpito da uno di essi ed è morto. C’è un’inchiesta in corso e noi abbiamo fornito dati e registrazioni utili alle indagini». E quello della Melegunis non è stato certo l’unico caso. «Ci sono tante situazioni imprevedibili da gestire ogni giorno. Possono capitare navi con incidenti a bordo, con aggressioni o incendi. E faccio solo alcuni esempi. In questi casi dall’imbarcazione ci chiamano facendoci presente il problema. Noi lo dobbiamo capire e, in breve tempo, dobbiamo informare la capitaneria di porto». Insomma, serve un tempo di reazione lampo per eventi che possono essere i più vari e impensabili. «Perché ogni volta che squilla il telefono non sappiamo chi c’è dall’altra parte e che cosa ci chiederà». E anche un secondo può fare la differenza. Fabrizio Moniga scruta le carte mentre racconta, anche se oramai il lembo di mare incorniciato dalle finestre della torretta lo conosce a memoria. E non solo quello. Col tempo, per esempio, l’Avvisatore ha imparato a conoscere le navi dai fari: «Di notte il mare è buio e solo le luci delle imbarcazioni permettono di individuarne le caratteristiche». Moniga prende di nuovo in mano il binocolo. C’è un leggero vento e il telefono squilla “solo” una volta ogni due minuti. «Oggi è una giornata tranquilla. Dovrebbe vedere quando è libeccio».

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