Gioco
Dall'orchestra Rai al Vernacolo, un secolo di Tina Andrei: signora del teatro livornese
L'artista nasceva cento anni fa: dalla scoperta del talento fino alla grandi colaborazioni. Ora la sua storia sarà raccolta dal figlio in volume: «Mamma un riferimento per tutti»
LIVORNO. «Alta è la notte, a mille brillano gli astri in cielo, e come fior la rugiada, stende d’autunno il velo». La romanza d’apertura del capolavoro “O porto di Livorno Traditore”, scritto da Giorgio Fontanelli, nei primi anni’70. A cantarla è una voce femminile, sublime, che incanta: basta un verso perché il cuore si riempia di un sentimento nostalgico, impossibile da descrivere. La voce di Tina Andrei, indimenticata e indimenticabile “signora” del teatro livornese. Per la quale quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.
Albertina Taccini (questo il suo vero nome) nasce infatti il 6 aprile 1923, in via del Giardino, che si trovava tra il vecchio ospedale di San Giovanni e i bastioni del Granduca. Insomma, nella Livorno che si affaccia sul porto. Abbandonata prestissimo dal padre, cresce con la madre, Amelia, che le dà un’educazione rigida, ma non coercitiva, ripetendole sovente «rispetta le persone, vuoi loro bene».
Un giorno conosce Armando Andreini, militare, più grande di lei di qualche anno. Nel 1942 si sposano e dalla loro unione nascono Alessandro (durante uno sfollamento sfortunato in lucchesia, sotto le bombe) prima e Ottorino poi. Quando la famiglia rientra a Livorno trova la casa occupata e viene alloggiata in via Brin. Lì, gli Andreini, restano fino al 1952 e quindi approdano nel quartiere Shangai. Ed è proprio in quel periodo che Albertina scopre il suo talento per il canto. «Babbo – racconta il figlio Alessandro – trovò un impiego in un’azienda di trasporti coi cavalli e i barrocci. Ogni tanto il titolare, un certo Cavallini, portava i dipendenti a cena, per festeggiare un lavoro andato bene. Una furono invitati anche i miei genitori».
Qualcuno prende la chitarra e comincia a intonare i celebri stornelli. Albertina gli va dietro e tutti si accorgono della sua voce. «Dopo qualche insistenza cantò un brano da sola: fu un successo. Al punto che divenne ospite fissa di ogni incontro». Ma una tavolata non può contenere il suo talento, così Cavallini e gli altri la convincono a provare a cantare sul serio, e le fanno conoscere il maestro Giulio Compare, violinista e compositore di canzoni buonissime. «Cominciò a studiare musica e canto, a partecipare a concorsi vincendone diversi, soprattutto in Liguria». Il passo successivo è breve. «Compare la presentò al maestro Cinico Angelini, della Rai di Torino. Che ne rimase colpito, tanto da farle sostituire in orchestra Nilla Pizzi, quando quest’ultima era impegnata in altre cose». Tanti concerti, il cambio del nome nel più esotico Tina Andrey (poi diventerà Andrei) e il marito, innamoratissimo, sempre al fianco. Poi l’esperienza a Napoli col direttore Tito Petralia. «Interruppe la carriera quando un giorno qualcuno le fece presente che la presenza del marito era negativa. Lei rientrò a Livorno e chiuse l’avventura del canto nazionale». Ma ormai la strada è segnata e nella sua città comincia a frequentare gli alfieri del teatro labronico: conosce Gino Lena, Beppe Orlandi. Alla casa della cultura incontra i vari Fadda, Marziali, Paoloni, Danese, Fontanelli, Bacci, Ciucci.
«Con Lena instaurò un rapporto che, oltre alle commedie, la spinse a partecipare a una delle trasmissioni più belle che la Rai di Firenze produceva “il grillo canterino”, nella versione labronica la “triglia chiacchierina”: loro interpretavano Alfredo e Esterina, personaggi che ebbero un richiamo enorme». Quando nel 1963 muore Orlandi, i colleghi e la famiglia decidono di mettere in scena “Li Sfollati”, la sua opera maggiore. Ma nessun collega se la sente di interpretare il suo ruolo, quello della popolana Ucrelia. «Otello Bacci e Gino Lena proposero Tina, una novità assoluta. Fu un trionfo: emerse la figura femminile della popolana. Non il classico uomo vestito da donna, come da copione. Da lì partì il suo viaggio nel vernacolo. Con Lena ha messo in scena commedie per decenni, e nel frattempo continuava a cantare nel “Trio Folk” con Giovanni Franco e Attilio Fantolini. Facevano l’estate all’Elba al club “il Rodeo”, ed erano lo spettacolo d’attrazione».
Quando scopre Giuseppe Pancaccini, decide di mettere in scena un lavoro di questo giovane autore: “La separazione”. Scelta che segna la fine del rapporto artistico con Lena. «La commedia – prosegue il figlio – ebbe grande consenso. Per l’occasione, correva il’75, fondammo io, mamma e mia moglie Daniela Salucci, il Teatro dei Semplici, quello che ha portato avanti fino alla fine». Successivamente Tina Andrei avvia una collaborazione con Consalvo Noberini. «Poi notando che il vernacolo stava cadendo in disuso, insieme all’assessorato alla cultura, portò un avanti progetto con le scuole, coinvolgendo tante ragazze e ragazzi, che presero a cuore la tradizione, e la maniera di parlare livornese d’un tempo».
La carriera di Andrei, scomparsa nel 2011, è molto altro: dai dischi incisi con le edizioni Pietro Napoli e La Comba, o con gli artisti Narciso Parigi e Wanda Pasquini a Firenze. In questo senso Alessandro, anche lui attore eccellente, sta raccogliendo le memorie in un volume che intende pubblicare. «Mamma è stata ed è un riferimento – conclude -. Chi vuol fare il teatro vernacolare senza maschere dovrebbe prendere esempio da lei, su come rappresentarlo nella figura femminile. Nella parte di Ucrelia, la popolana, l’unica “maschera” che può essere interpretata anche da una donna».
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