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Dal processo Moby Prince al crac Cantiere: in pensione Carlo Cardi, storia del tribunale di Livorno
Dopo 36 anni trascorsi in magistratura lascia la toga uno dei volti più noti «I bilanci sono un fatto privato, felice di aver difeso democrazia e Stato di diritto»
LIVORNO. Un giacchetto smanicato per andare in bicicletta, una delle sue passione, uno smartphone per chattare con i vecchi colleghi e un piccolo trofeo che alza con orgoglio davanti ai tanti amici che sono venuti a salutarlo sulla linea del traguardo, al di là della quale c’è la pensione. La carriera in magistratura di Carlo Cardi, 64 anni da compiere, storia e memoria della giustizia livornese, finisce – ironia della sorte o forse no – nella sola rossa del tribunale civile di via De Larderel. La stessa aula dove vent’anni fa si sono decisi – davanti all’allora giudice delegato Cardi – destini e futuro del Cantiere navale Fratelli Orlando: dall’amministrazione controllata, all’adunanza dei creditori che dette l’ok al concordato, fino all’acquisizione da parte del gruppo Azimut -Benetti.
Che cosa sia stato per la magistratura livornese Cardi, prova a spiegarlo Luciano Costantini, attuale presidente del tribunale di Livorno: «In giornate come questa i sentimenti – dice – si mescolano. Perché due amici e colleghi (oltre a Cardi lascia il tribunale livornese anche Luigi Nannipieri che andrà in corte d’Appello ndr) per loro scelta vanno via da questi uffici. Per quello che riguarda Carlo si tratta di uno di quei magistrati che non esistono più, capace di fare bene tutte le diverse funzioni: giudice penale, civile, magistrato inquirente».
Una carriera – come ricorda lo stesso Cardi – iniziata nel gennaio del 1987 quando all’indomani della vittoria del concorso partì per il primo incarico alla pretura di Lodi. Tre anni in Lombardia prima di tornare a Livorno dove ha seguito il primo processo Moby Prince al termine del quale chiese e ottenne l’assoluzione dei quattro imputati.
È lo stesso magistrato a raccontare davanti ai colleghi quasi 40 anni trascorsi nel sistema giustizia. «Ma il bilancio – ripete – a differenza di quanto accade in sede civile, stavolta è un fatto privato». Nessun margine per farsi raccontare quale processo ricorderà e l’inchiesta che l’ha segnato. Intorno a lui ci sono i pubblici ministeri arrivati da via Falcone e Borsellino, il presidente dell’ordine degli avvocati, i vecchi colleghi e gli ultimi che lo hanno accompagnato in questa avventura cominciata oltre tre anni fa dopo il trasferimento dal tribunale penale.
«In questo momento – spiega – dentro di me convivono due sensazioni: una di contentezza e gratitudine. Si tratta di un momento consolatorio che terrò con me. Un’altra sensazione è quella di appagamento per aver potuto svolgere una professione interessante, a volte entusiasmante che ho voluto scegliere fin dal liceo». In carriera «ho svolto questa funzione in ambienti accoglienti e positivi. Con l’intento e l’illusione di contribuire a fare gli interessi degli utenti della giustizia. Un mestiere che è possibile svolgere perché protetti dalla Costituzione e senza condizionamenti, al di là della propria coscienza; soggetti solo alla legge che – ripete – merita di essere difesa giorno per giorno nell’interesse della democrazia e dello stato di diritto». Se il futuro di Cardi è tutto da scrivere: «Ho molte cose in sospeso di cui mi devo occupare». Quello del collega Nannipieri è invece chiaro: destinazione Corte d’Appello. Non a caso a lui sono toccate in dono due borse da viaggio che porterà con sé. «La mia ambizione – dice salutando i colleghi – è arrivare alla pensione con l’entusiasmo che ha Carlo (Cardi). L’avevo invitato ad andare avanti ma non c’è stato nulla da fare».
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