Il Tirreno

Livorno

Il processo

«False nozze per restare in Italia», dopo c'erano i divorzi: «Non ricordo il nome di mia moglie»

Stefano Taglione
Un matrimonio falso fotografato dalla finanza
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Un matrimonio falso fotografato dalla finanza

Livorno, nelle intercettazioni un livornese sosteneva di non ricordare come si chiamasse la sposa dominicana: «Non la trovo nemmeno su Facebook»

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LIVORNO. «Hilario non posso divorziare, sono bloccato. Mi hanno dato dei fogli da compilare, ma non ho i dati di lei». «Caro, non ce li ho nemmeno io, prova a cercarla su Facebook». È un dialogo surreale quello che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta che la guardia di finanza, due anni fa, denominò “Stranamore” e che oggi si è tradotta, per il momento, in 17 condanne e 22 rinvii a giudizio per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e induzione in falso in atto pubblico.

A parlare al telefono sono Hilario Sandoval, il cinquantasettenne sudamericano ritenuto dagli inquirenti il principale organizzatore delle false nozze per far ottenere i permessi di soggiorno agli stranieri, e un livornese che si sarebbe prestato per uno dei 24 matrimoni celebrati fra Livorno e Rosignano, il trentaquattrenne Simone Ricciardulli, che però dopo aver sposato il 10 agosto del 2015 la trentaseienne dominicana Liliana Mercedes Guzman, tre anni più tardi (all’inizio del 2018) voleva in tutti i modi separarsi, senza però ricordare nemmeno più il nome della coniuge, che nel frattempo si era trasferita a vivere in provincia di Vicenza. «Io non mi ricordo come si chiama, contatta suo fratello...», così cerca di aiutarlo Sandoval. «Non ho il numero di telefono, sono andato anche su Facebook, ma ci sono troppe “Lily” e il cognome non me lo ricordo», la risposta di Ricciardulli.

Tutti e tre sono stati rinviati a giudizio e a maggio, davanti al giudice Andrea Guarini, dovranno difendersi dalle accuse di induzione in falso in atto pubblico e favoreggiamento all’immigrazione clandestina (reato che però non riguarda Mercedes Guzman). Secondo la procura, Sandoval, sarebbe stato il deus ex machina delle false nozze. «Si è occupato – aveva scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, due anni fa, il giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno – di reperire ai cittadini extracomunitari non in possesso dei requisiti per stare in Italia compiacenti mariti e mogli italiani». Il cinquantasettenne dominicano, secondo l’accusa, per convincere i livornesi ad andare a nozze avrebbe assicurato loro «un lauto compenso in denaro e la garanzia di ottenere il divorzio breve». Una volta trovate le persone ed espletati gli adempimenti degli stranieri per ottenere il nullaosta in ambasciata, Sandoval «si occupava della cerimonia e di tutto quanto ulteriormente necessario, cioè delle fedi nuziali, del bouquet, di reperire i testimoni e in talune occasioni anche del banchetto nuziale». Dopodiché, l’ultima fase, riguardava la presentazione degli atti in questura per ottenere il permesso di soggiorno all’ufficio immigrazione. Sempre secondo gli inquirenti, Sandoval, si sarebbe fatto aiutare dal settantatreenne Franco Raminghi e dalla quarantottenne Eleonora Puntoni, entrambi livornesi, che hanno patteggiato un anno di reclusione e mille euro di multa per induzione in falso in atto pubblico e favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Oltre a loro anche il cinquantanovenne Maurizio Bacci, che andrà a processo come gli altri 21 imputati, e un quinto livornese che però, prima dell’udienza preliminare, è morto a 61 anni.

Sono stati 24, come anticipato, i presunti matrimoni combinati. In uno di questi, celebrato l’11 aprile del 2018 fra la cinquantottenne livornese Anna Di Simone (condannata in abbreviato a un anno) e il quarantasettenne dominicano Richard Alexis Suero Gonzalez (rinviato a giudizio), la donna – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare di due anni fa – aveva detto a Sandoval di aver «comprato anche gli sposini da mettere sulla torta, perché anche se è un matrimonio finto bisogna fare le cose a modo». «Ma quando diranno “vi dichiaro marito e moglie” devo baciare lo sposo», avrebbe poi detto, sempre intercettare, De Simone a un’amica. «Sì, gli devi fare un bacio a stampo», la risposta di quest’ultima. l

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