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Il panettiere di piazza Attias cerca una commessa: «Ma che abbia voglia di lavorare, ecco perché»

Il panettiere di piazza Attias cerca una commessa: «Ma che abbia voglia di lavorare, ecco perché»

Ha già una collaboratrice al mattino ora ne serve una anche per il pomeriggio.Nicola Cordaro ha appeso un cartello fuori dal negozio e già fatto alcuni colloqui «Vogliono contratto in nero e le ferie»

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LIVORNO. «Salve, mi chiamo Nicola e faccio il panettiere, ho 44 anni e sono al forno da quando ne ho 16». Prepara il pane con passione, mettendoci arte e dedizione, aiutato da lievito, sale, acqua e farina. Impasta tutto ogni mattina, fa trovare pane fresco. Quello di Altamura poi, fuori, crea file da paura. Da nove anni ha messo su “La Sfornata”, laboratorio e rivendita, all’Attias. Sul lato del palazzo che sta in mezzo a Corso Mazzini e Via Roma e guarda verso la piazza. Un fornaio come tanti, se non fosse per quel cartello che ha attaccato alla vetrina e che da solo spiega tutte le difficoltà di Nicola a trovare una persona che si metta dietro al banco. Servendo, armata di un sorriso che non guasta mai quando si sta al pubblico, ciabatte, tartarughe e picce. Tutto regolare, come tiene a precisare lui. Sono le 11 del mattino, il pane di giornata è già pronto, ma in laboratorio, le mensole sono piene di pasta messa a lievitare. Colto di sorpresa, stupìto di aver destato curiosità con quel cartello che tuttavia, nonostante sia attaccato al vetro da venti giorni, non aiuta a far incontrare chi ha bisogno di un dipendente e chi ha bisogno di un lavoro.

«Che devo dire, purtroppo è così. Da un paio di mesi ho sparso la voce, poi ho attaccato anche il cartello. Vedendolo, qualche mio cliente può aiutarmi nel passaparola con qualche suo conoscente». Ma quanta gente si è presentata fino ad ora? «Bah, se devo essere sincero, non moltissima. Stamani (ieri, ndr) è venuta una ragazza che potrebbe però essere adatta». Si perché anche per vendere il pane, serve attitudine. Quella che alla fine fa la differenza fra farti entrare volentieri in un posto oppure no. Quante volte è accaduto che non si vada più in un negozio perché chi ti ha servito non è il massimo della simpatia? E’ capitato un po’ a tutti. «Faccio ottimi prodotti e in tanti mi dicono che da quando li hanno scoperti, provano piacere a mettere il mio pane sulla tavola. Mi riempe di orgoglio questa cosa. Tuttavia, io passo la maggior parte del mio tempo in laboratorio e chi sta alla vendita è fondamentale. Direi il fulcro di tutto. Ecco perché occorre una figura che si mostri contenta di lavorare, che si mostri gioviale col cliente. Invece...».

Una pausa e poi Nicola sbòtta. «La verità è che appena si presentano ti chiedono quando gli toccano le ferie. Ma come, non sai ancora se lavorerai e pensi già a quando fai festa? Non basta. C’è anche chi mi chiede di venire a nero, perché così mantiene il reddito di cittadinanza. Credo che sia vergognoso. Soprattutto perché questi comportamenti vanno a ledere chi di quel sussidio ha veramente bisogno perché magari non è abile al lavoro». La curiosità è tanta. E allora è normale sapere quanto sia disposto a pagare, e soprattutto per quante ore. «Mi serve una figura che venga al pomeriggio. Tre ore e mezzo ogni giorno. Al mattino c’è già Elena che regala sorrisi a tutti. Mamme, nonne e piccini. La paga è di 800 euro al mese con regolari contributi». Livornese di adozione, arrivato qui «perchè mi piace la città, mi piace pescare e mi sono preso la barca», per metà è pugliese e per l’altra metà, siciliano. Fino a 35 anni ha vissuto a Milano, imparando la tradizione di famiglia e mettendosi poi in proprio.

«A Milano c’è un altro clima, indubbiamente si sta meglio qui; mi capitò di vendere a buon prezzo l’attività e mi sono trasferito, aprendo un forno in centro producendo secondo vecchi concetti di lavorazione che sono alla chiave del successo». Impossibile non fare un’altra domanda. Quanto cioè sarebbe rimasto quel cartello fosse stato attaccato altrove. «In un giorno avrei ricevuto diverse candidature ed avrei già trovato la persona giusta. In altre città, si pensa prima a lavorare per avere così possibilità di andare in vacanza. Qui, per tanti non funziona così. Come dice quella battuta famosa? Meglio disoccupati all’Ardenza che ingegneri a Milano. Descrizione perfetta». l
 

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