Il Tirreno

Livorno

Cultura in lutto

Il teatro livornese piange un grande maestro: «Addio Ale, sul palco eri immenso»

di Claudia Guarino
Il teatro livornese piange un grande maestro: «Addio Ale, sul palco eri immenso»

E’ morto a 67 anni nel reparto di cure palliative dell’ospedale. A ricordare quello che da tanti colleghi è considerato un big è anche lo sceneggiatore e regista Francesco Bruni

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LIVORNO. C’era una volta un attore. Che poi solo attore non era. E c’era una volta un palazzo, nella Venezia degli anni Ottanta. Al terzo piano abitava una donna. Un tempo faceva la prostituta e stava lì insieme al suo cane a tre zampe. «Faceva una paura, a trovarselo di fronte nel buio. Ci succedeva spesso quando andavamo a teatro. Al The Globe, per l’esattezza. Si chiamava così, come quello di Shakespeare». Su quel palco recitava Alessandro Costagliola. Sorridente, professionale, presente, capace. «Immenso in scena e deciso nella vita. Quando si metteva in testa una cosa, quella era. Anche a costo di perdere due dita!».

È così che Carlo Neri, adesso alla cooperativa Itinera, descrive “Costa”. Insieme hanno condiviso atti su atti e adesso che Costagliola non c’è più il dolore è tanto. L’attore è morto ieri a 67 anni nel reparto di cure palliative dell’ospedale, dove era ricoverato per una malattia. E con lui se ne va un’epoca: quella dei teatri cittadini e dei giovani attori con sogni di gloria e storie da dipingere. Erano gli anni Ottanta e tutto poteva succedere. Tutto sembrava essere possibile.

In scena

Costagliola lavorava all’Accademia Navale, come falegname prima e come montatore di video dopo. Ma la sua è stata una vita dedicata all’arte. Ha cominciato a recitare in Borgo e «da lì è passato al piccolo teatro di Livorno con Serafino Fasulo e poi, insieme a me, alla colonia Vittorio Emanuele del Calambrone, che allora era fatiscente. Lì incontrammo Paolo Virzì, Giorgio Algranti, Emanuele Barresi. E facemmo uno spettacolo con Francesco Bruni». Poi è venuta l’esperienza di palazzo Rosciano. «Venne anche Pippo Delbono a fare uno spettacolo da noi. Alessandro sul palco era immenso. Ci sono persone che studiano tanto ma che non sono fatte per il teatro. Lui sul palco si sentiva. E faceva emozionare». I punti di riferimento erano Beckett, Grotowski e Stanislavskij, per esempio. E sul palco si andava in scena anche con copioni scritti e realizzati in proprio. «A quell’epoca eravamo teste matte. Al Globe io decisi che sarei andato a Roma in cerca di fortuna. Alessandro non venne. Disse che avrebbe smesso. E lo fece davvero. Perché era uno che quando prendeva una decisione indietro non tornava più. Era anche una persona molto appassionata, che faceva tutto al massimo. Andava a cento all’ora».

Il locale e la musica

Tanto che dopo la lunga esperienza del teatro decise di aprire un locale (dove suonava la tastiera e ospitava le esibizioni dei musicisti) dal nome shakespeariano: Oberon, in via Buia, nella Venezia. «Quando arrivò lui quel locale era un magazzino. L’ha rimesso a nuovo rifacendo bagno, bancone. Tutto di legno. Tutto per conto suo». Del resto era un falegname. «Ci rimise due dita. Letteralmente. Ma non ha mai mollato. Ha sempre mantenuto quel sorriso che era il suo segno distintivo anche quando entrava in scena. Non l’ho mai sentito lamentarsi. Tranne che per gli attori scadenti. Ma se lo meritavano». Costagliola è sempre stato se stesso. A teatro come fuori. «Era un omone con i capelli lunghi e lo sguardo di una profondità che definirei immensa».

Il funerale

Ed era, racconta il suo amico storico Mauro Gambini, «una persona seria, dolce e disponibile. Ha sempre vissuto per la cultura. E mancherà tantissimo a tutti noi». La salma di Costagliola si trova alla camera mortuaria dell’ospedale, in viale Alfieri. Oggi alle 14.30 partirà alle volte del cimitero con le esequie curate dal servizio di onoranze funebri della Svs di via San Giovanni. A ricordare quello che da tanti colleghi è considerato un maestro è anche lo sceneggiatore e regista Francesco Bruni, che con lui aveva lavorato e che ne ripercorre la crescita artistica. «Nei primi anni Ottanta Ale è stato un punto di riferimento per la comunità teatrale livornese – racconta Bruni – un traghettatore per molti di noi dalle esperienze di filodrammatici ad un teatro diverso, di ricerca. Personalmente, Alessandro mi ha insegnato l’uso del corpo in scena, come respirare e come essere a mio agio di fronte al pubblico; naturale. Ho recitato con lui in American Buffalo e ne Il Guardiano, e la sua presenza in scena era calma e pacificante come quella di una persona buona e saggia, un compagno di avventura su cui sai che puoi sempre contare. Gli devo molto».

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