Gioco
Bombe, ratti, cuori rossi e bambini. Mondo Banksy, leggero e potente
Abbiamo visitato la mostra in anteprima: perché è diversa dalle altre
Livorno Immaginarsi dentro uno scenario di guerra non è facile. Banksy lo fa con una potenza e una leggerezza disarmanti. Siamo alla West Bank di Gerusalemme, camminiamo lungo il muro che divide israeliani e palestinesi, fra granate, pietroni e mitragliatrici ad altezza uomo, scorgiamo un giovane con un cappellino da baseball e il volto parzialmente coperto da un fazzoletto. Ci sta scagliando contro qualcosa. No, non è una bomba a mano, non sono sassi, non è una molotov, ma un mazzo di fiori. Perché? La prima volta che l’immagine apparve come stencil sul muro della Città Santa, era il 2003. E fece rumore, più delle bombe. Poi, nello stesso anno, l’artista realizza l’edizione su fondo rosso, oggi esposta al Museo della Città e diventata iconica: il giovane che lancia un mazzo di fiori, simbolo di una rivoluzione antimilitarista che capovolge il senso comune della guerriglia urbana. E’ stata intitolata “Love is in the air” e non possiamo fare a meno, mentre guardiamo il quadro esposto proprio nel luogo dove due anni fa fu esposta la “Fillette en bleu” di Modì, di ascoltare quel ritornello di John Paul Young del ’77 ed avvertire la più completa dissonanza fra musica e contesto.
Il vernissage a invito di ieri sera in Piazza del Luogo Pio ci permette di esplorare con curaognuna delle 40 opere esposte. Per capire subito che “Realismo Capitalista”, a cura di MetaMorfosi, è qualcosa di più di un’esposizione dedicata a uno tra gli artisti più amati – la bambina col palloncino rosso, è probabilmente la più popolare immagine del pittore-filosofo di Bristol e senz’altro l’opera più amata dai britannici (secondo un sondaggio della Samsung del 2017) - ma è un percorso attraverso i “cambiamenti in atto nel capitalismo mondiale”. Pietro Folena tiene a precisare che questa “non è la solita mostra di Banksy”, ma ogni opera trova collocazione in un contesto e si apre a riflessioni più ampie sui grandi cambiamenti raccolti e interpretati con l’esplosione dell’arte urbana. Così se il sindaco Salvetti prima (“è una mostra che guarda ai giovani”) e l’assessore alla cultura Simone Lenzi (che parla di una sorta di “risarcimento” verso le giovani generazioni) individuano un target, la prospettiva di MetaMorfosi guarda più in generale a una critica del “capitalismo consumistico” che vede, nelle giovani generazioni, i più spietati interpreti. Scrive Folena: «I nipoti come Banksy fanno della contrapposizione a questo sistema (capitalistico, ndr) la loro forza. Producono opere, segni, messaggi immediatamente comprensibili, derivati dall’immaginario pubblicitario, dai comics, dall’informazione». Quella forza comunicativa che esplode in quei topi – Love Rat – tra i soggetti più rappresentati dall’artista perché odiati, braccati perseguitati vivono nella sporcizia ma possono “mettere in ginocchio intere civiltà”, così come nella Toxic Mary, la Madonna col Bambino con un biberon su cui è impresso il simbolo del veleno. Il tema delle guerre come gli “abbracci” alle bombe, qualcosa che ritorno spesso nell’opera di Banksy come se l’amore fosse l’unico vero disperato antidoto alla guerra.
Se contestualizziamo, interpretiamo, leggiamo le 40 seriografie riprodotto al Museo della Città con queste chiavi ,riusciamo a dare un valore aggiunto a questa mostra che altrimenti rischierebbe di somigliare a qualcosa di “già visto” (Banksy è l’artista più cliccato, le sue opere valgono un visibilio se pensate che il Parlamento delle Scimmie – lo ricorda lo stesso Folena – è stato battuto da Sotheby’s per 11,1 milioni di euro). Il catalogo, che inquadra i cambiamenti storici, il profilo dell’artista, il pianeta coi temi a lui cari (guerre ingiustizie, ambiente, i bambini, i migranti, gli animali), è una guida fondamentale che ti accompagna tra i corridoi del museo. Al resto ci pensano le emozioni e l’impatto comunicativo delle opere.
Livorno – città dove c’è un grande fermento dell’arte di strada e dove c’è una pratica storica dello “scrivere sui muri” (senza dover scomodare Davide Fedi, per tutti Zeb, di cui avvertiamo la mancanza da 14 anni ormai...) – deve abbracciare Bansky come un fratello maggiore (oggi quasi cinquantenne) che prova a farci riflettere su quanto ci sta girando intorno. Ps: c’è anche spazio per qualche provocazione creativa di Mart Signed che espone lì a fianco (vedi un quadro con biglietto con la stampa reddito di cittadinanza). Ci sta.
Da oggi la mostra è aperta a tutti. E così sarà fino al 19 marzo.
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