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Il caso

Livorno, settantenne in Rianimazione dopo aver preso la legionella

di Giulio Corsi
Alberto Del Forno responsabile dell’ufficio Igiene di Borgo San Jacopo
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Alberto Del Forno responsabile dell’ufficio Igiene di Borgo San Jacopo

Da ottobre già otto casi gravi di polmonite causati dal batterio

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LIVORNO. Una donna settantenne è ricoverata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Livorno a causa di una polmonite da legionella. Le sue condizioni sono giudicate in via di miglioramento ma serie.

Vicino a lei ci sono altri due pazienti con la stessa infezione, entrambi considerati in fase di guarigione.

La donna abita in un complesso condominiale di grandi dimensioni nella zona del grattacielo, dove ieri tutti i condomini sono stati invitati dall’amministratore ad evitare di fare la doccia, dopo che una squadra dell’Asl ha prelevato dei campioni di acqua dall’autoclave che saranno sottoposti ad esami alla ricerca del bacillo.

È l’ottavo caso di ricovero per legionella negli ultimi due mesi.

«Non ipotizziamo al momento nessun focolaio, sebbene da ottobre abbiamo avuto numerose segnalazioni», spiega al Tirreno il dottor Alberto Del Forno, responsabile dell’Igiene Pubblica di via Borgo San Jacopo. «Non sono state infatti individuate le stesse sorgenti in almeno due casi».

C’è ugualmente da preoccuparsi? «La legionella è relativamente diffusa – dice Del Forno –, nella maggior parte delle persone si presenta in forma asintomatica oppure con sintomi simil-influenzali, come nausea, febbre, tosse e cefalea, una forma che viene chiamata febbre di Pontiac e non ha un lungo decorso. C’è poi un 10 per cento di soggetti, che hanno fragilità, nei quali il contagio porta ad una grave polmonite».

È in questi casi che i pazienti finiscono in ospedale, da dove poi scatta verso l’ufficio Igiene dell’Asl la segnalazione, che attiva la macchina della prevenzione. «Il nostro obiettivo è impedire secondi casi dalla medesima sorgente, per questo qualora il soggetto infettato abiti in un condominio preleviamo dei campioni di acqua dall’autoclave che sottoponiamo ad esame. In genere servono circa 14 giorni per avere i risultati. Nel caso di individuazione del batterio diventa necessario sanificare le tubature, attraverso un trattamento con cloro in quantità maggiori di quelle che già girano nell’acquedotto oppure con disinfezione termica».

Se il soggetto frequenta piscine o una palestra, gli stessi controlli vengono effettuati anche in queste strutture.

«È una malattia che ha una procedura standardizzata a livello europeo, per cui ci capita di ricevere segnalazioni dall’estero di persone che sono state a Livorno e magari si sono sentite male tornando a casa. Se queste persone hanno frequentato alberghi o campeggi interveniamo con gli stessi controlli».

Attenzione: non è l’acqua in sè a trasmettere l’infezione, né il soggetto contagiato può trasmettere il batterio. «L’acqua si può bere e si può usare per la cucina, ma va evitata l’inalazione di acqua contaminata sotto forma di aerosol, cosa che avviene generalmente durante la doccia», spiega Del Forno.

«Ma il batterio – aggiunge – può diffondersi anche attraverso gli impianti di condizionamento».


 

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