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Sentenza Ghiaccione, le famiglie contro la banca: «I soldi non li restituiremo»

Stefano Taglione
La protesta delle famiglie fuori dal tribunale di Livorno
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La protesta delle famiglie fuori dal tribunale di Livorno

I 22 livornesi che avevano versato gli anticipi per le case mai realizzate a Collesalvetti sono chiamati a risarcire Crédit Agricole per 2,3 milioni dopo che la Cassazione ha ribaltato la sentenza d'appello. Ecco le motivazioni

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LIVORNO. «La sentenza della Cassazione ha annullato quella di secondo grado per motivi formali e a nostro avviso non si può discutere sulla responsabilità della banca. Per questo, le parti civili, ritengono di non dover restituire i soldi all’istituto e che ci sia spazio per ottenere giustizia in sede civile».

A parlare – dopo che i giudici supremi hanno depositato le motivazioni della sentenza sul caso Ghiaccione, dal nome della frazione di Collesalvetti dove avrebbe dovuto nascere un insediamento abitativo mai terminato – è l’avvocato Andrea Ghezzani, che insieme al collega Nicola Sodano difende metà delle 22 persone che devono restituire a Carismi (adesso inglobata in Crédit Agricole) 2.318.312 euro oltre agli interessi legali. Sono i soldi da loro ricevuti come risarcimento dopo la pronuncia di secondo grado a seguito dei versamenti degli anticipi per quelle che avrebbero dovuto diventare le loro case e che oggi appaiono come un cantiere abbandonato in attesa di sblocco a causa del fallimento della società Carolina (al tempo guidata dal sessantatreenne Nicola Pagliuca, procuratore speciale, e dalla moglie Letizia Luci, stessa età, amministratrice unica, entrambi condannati in appello a quattro anni di reclusione per bancarotta).

Le assoluzioni

La Cassazione, la primavera scorsa, come anticipato dal Tirreno ha ribaltato la sentenza d’appello. Così per Gabriele Bracci, l’ex direttore dell’agenzia Carismi 1 di Livorno di 52 anni difeso dall’avvocata Anna Francini, è stata «annullata senza rinvio sia la sentenza di primo che quella di secondo grado», mentre per l’allora sua vice Susanna Audiberti, sessantatreenne, stessa decisione perché «il fatto non sussiste». Ma soprattutto i giudici hanno «revocato le statuizioni civili», ovvero i risarcimenti che la banca aveva liquidato dopo le due pronunce, restituendo i soldi ai 22 livornesi già contattati da uno studio legale per trovare «una soluzione transattiva». Gli inquirenti avevano accusato il responsabile della filiale di non aver prospettato la vendita a prezzi convenienti degli immobili residenziali, predisponendo preliminari di vendita privi delle dettagliate indicazioni, mentre la vicedirettrice per estorsione per aver prospettato alla famiglia Nocchi (fra le parti civili) tramite minaccia e con insistenza la perdita di tutti gli anticipi versati e facendo firmare una fideiussione non dovuta di 65.000 euro. Sempre la Cassazione ha stabilito che non ci fu estorsione da parte dell’agente immobiliare della Edil centro Attilio Petrillo, 57 anni e difeso dall’avvocato Marco Talini, per il quale la condanna è stata annullata, mentre il resto del ricorso dichiarato inammissibile: rimane per lui la bancarotta, con il rinvio per la quantificazione della pena, mentre la truffa è prescritta. Pagliuca e Luci, invece, non hanno fatto ricorso in Cassazione.

Le motivazioni

«A Bracci – scrivono i giudici – nel capo di imputazione era contestato solo l’aver persuaso “i promittenti acquirenti a sottoscrivere fideiussioni a favore della Carolina, facendo credere loro che si trattava di mutui per l’acquisto dell’immobile”. Nella sentenza di primo grado gli vengono invece addebitati, oltre al fatto contestato, altri mai oggetto di contestazione: aver autenticato le firme sulla apertura del conto, accordato un fido per 25.000 euro, un affidamento a titolo di apertura di credito di 200.000, aver predisposto la pratica per il mutuo di 2.000.000 e proposto la concessione dello stesso a Medio Credito Trentino, essere intervenuto al contratto di mutuo per Carismi concesso malgrado l’assenza di garanzie, aver permesso il passaggio di somme dai conti di Carolina a quelli di Petrillo malgrado le firme sulle distinte fossero false, minacciato un uomo affinché attestasse falsi stati di avanzamento lavori». La motivazione della corte d’appello sugli altri fatti contestati in un secondo momento, secondo la Cassazione, è «insufficiente poiché tiene luogo di un’eventuale modifica dell’imputazione di competenza del pm». Su Audiberti, invece, i giudici scrivono che «secondo la sentenza di primo grado avrebbe detto, al momento delle sottoscrizioni della fideiussione, “vedrete che ora si sblocca, però se non firmate i lavori non possono andare avanti” ed avrebbe poi indicato a una donna dove firmare; la colpevolezza sarebbe inoltre denotata dal fatto che quando i Nocchi erano tornati in banca chiedendo spiegazioni sul perché avesse fatto loro firmare la fideiussione, la ricorrente si era agitata (farfugliando qualcosa)». Motivazioni insufficienti per una condanna per estorsione. Su quest’ultimo reato anche Petrillo ne resta estraneo: «La minaccia – si legge nella sentenza – sarebbe consistita nel prospettare alla famiglia Nocchi che in caso di mancata sottoscrizione della fideiussione di 65.000 euro avrebbero perso i loro soldi, in quanto la fideiussione sarebbe servita a Carolina per ottenere un finanziamento. Deve quindi ritenersi insussistente il requisito della minaccia perché la revoca dei finanziamenti a Carolina non dipendeva da Petrillo, che non aveva alcuna possibilità di influire al riguardo e poi perché quella di Petrillo era una semplice previsione di cosa sarebbe potuto succedere». 

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di Redazione web