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Il derby

Siamo questi: uniti, divisi e bellissimi. PL-LL e gli ottomila cuori dentro al futuro del basket livornese

di Federico Lazzotti
Siamo questi: uniti, divisi e bellissimi. PL-LL e gli ottomila cuori dentro al futuro del basket livornese

Una partita che farà la storia della città: come le bandane a San Siro col Milan e la finale scudetto. È cambiato tutto dagli anni Ottanta. Ma in fondo non è cambiato nulla. Soprattutto la passione

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LIVORNO. Siamo quelli là. Quelli che prima trattengono il respiro e poi urlano e saltano con le vene fuori dal collo e gli occhi spiritati quando il tiro di Francesco Fratto tocca il tabellone, sbuccia il ferro ed esce. Ma siamo anche quelli di là. Dall’altra parte del palaModì. Che nello stesso istante in cui il lungo della Libertas sbaglia sulla sirena il tiro del possibile supplementare e spacca in due l’equilibrio precario dei nostri sentimenti, dei destini sospesi, cadono nel tunnel del silenzio: le mani nei capelli e gli occhi dentro al vuoto della sconfitta.

Chi siamo

Siamo noi e loro. Voi e noi. Pielle e Libertas. Ma siamo molto di più. Divisi dentro al destino beffardo di una parabola. Che entra o esce. O del risultato di una partita che cambia solo la classifica. Ma uniti. Dentro a un sogno da raccontare. Fatto di una passione che non se n’è mai andata. Aveva solo cambiato strada. Eccolo il nostro campo infinito. Eccola una notte che resterà dentro la storia dello sport livornese. Scolpita nella memoria di chi potrà dire: «Io c’ero quella sera». Punto di arrivo dopo anni di partite giocate su campi di linoleum verde con le righe sgualcite e le docce fredde. Ma anche e soprattutto riprova di una nuova partenza. Fatta di consapevolezza. E di un entusiasmo che fa tremare i polsi, non solo ai giocatori in campo.

La storia

Come i diecimila di San Siro con la bandana per il ritorno del Livorno calcio in serie A dopo 55 anni. Come i quarti di finale dell’Allibert a Varese del 1985. Come le beffe di Perugia, Castel di Sangro e Ferrara. E l’urlo di Piacenza. Come quella maledetta finale scudetto. Quando mezza città ha accarezzato l’idea di conquistare la vetta del mondo non sapendo che il suono di quella sirena avrebbe chiuso un cerchio e aperto il baratro per tutti. Anche per chi quel giorno ha fatto festa.

Tutto e nulla

È cambiato tutto da allora. Ma in fondo non è cambiato nulla. Sono cambiati i nomi della squadre: «75 anni di storia? Avete tre anni e siete il Meloria», è lo striscione ironico che compare a un certo punto dalla curva dei Rebels. Ma non sono mutati l’amore per questo sport e la divisione dentro una stessa città. Che produce un’alchimia segreta. Una pozione magica. Il quarto segreto di Fatima e gli ingredienti della Coca Cola insieme. Sacro fuoco della rivalità e becero sfottò per primeggiare. Anche sul pianerottolo di casa. Sì, perché solo così è possibile portare ottomila spettatori a una partita di serie B. A cui è necessario aggiungerne qualche centinaio rimasti fuori senza biglietto. Roba da concerto di una star del rock. Musica per le orecchie di chi ha creduto in questa sfida.

Numeri pazzeschi

Per capire che si tratta di un numero pazzesco basta leggere cosa ha scritto “La Giornata Tipo”, bibbia social per il popolo dei cestisti praticanti, in un post pubblicato sulle sue pagine con a corredo l’immagine del palaModì dall’alto. «La media spettatori dell’ultima giornata di Serie A – si legge – è stata di circa 3.400 spettatori. Oggi a Livorno, in Serie B, terza serie italiana, per il derby tra Libertas e Pielle c’erano 7. 500 spettatori. A Livorno hanno fame di cacciucco e soprattutto di pallacanestro».

Fame

Proprio così: siamo affamati e si vede. Ma sopratutto si sente. È una guerra di decibel e di ironia quella che comincia un’ora e mezzo prima della partita. Con i Rebels che riempiono e colorano di bianco e di blu la Sud, mentre gli Sbandati aspettano che manchi mezz’ora alla palla a due per entrare tutti insieme dentro un’onda amaranto.

Me ne vanto. Vantiamocene. Ero, sono, sarò. Amaranto olé/amaranto olè. Amaranto è solo il Livorno/solo il Livorno. Uno, due, tre, merde. Non si sente/ non si sente niente. Coniglio alza la voce. Piellino ieri, Pisano, oggi Unicusano. Sei brutto come tu pa’. Di colori mi parli proprio tu, una volta eri gialloblù. E ancora sfottò, mani che battono e cuori che si fermano. Come quando la Pielle scappa a inizio partita e la Libertas la riprende. O quando succede il contrario. Fino all’ultimo testa a testa.

Partita e paradossi

Ma è anche la partita dei paradossi di due tifoserie che si incontrano dal panettiere ogni mattina. Dal parrucchiere. In palestra. Che si trovano nelle stesse chat del calcetto. O al lavoro. Che si sfottono a distanza nei giorni che precedono la partita. Che fanno un apprezzamento sull’altra squadra e passano da preti. O viceversa da gufi di professione. E poi eccoli al palasport – come ieri sera, come al prossimo derby – divisi da qualche posto a sedere e da una sciarpa.

Ma i paradossi sono anche in campo. Tra giocatori cresciuti insieme al campino. Come Graziani e Forti. Vecchi amici, nuovi avversari. E quel 99 sulla maglietta di Jacopo Lucarelli, difficile non pensare che non sia un omaggio al Lucarelli del pallone. Che però è a bordo campo con il fratello e tifa per l’altra squadra. Di storie incrociate, di scommesse perse e vinte, di pegni da pagare oggi e appuntamenti alla prossima partita ce ne sono a frotte nei pensieri degli ottomila che lasciano il PalaModì. L’ultimo incrocio e è sul viale del ritorno.

C’è chi in bocca ha il sapore della vittoria, chi quello amarissimo della sconfitta. Tutti sappiamo che stasera è passata la storia. Che ci abbiamo palleggiato per una notte. E che questa è la strada per costruirci sopra un sogno nuovo. Insieme. Si chiama città del basket. E fa bene al cuore di chi ha vissuto il passato e di chi solo il presente. E insieme adesso hanno fatto canestro nel futuro.

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