Il Tirreno

Livorno

La sentenza

Operaio livornese condannato per le botte alla moglie: «Le lanciava le sedie davanti al figlio»

di Stefano Taglione

	L'avvocata Cristina Cerrai
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L'avvocata Cristina Cerrai

L'uomo punito con tre anni di reclusione, l’avrebbe picchiata in casa durante il lockdown. La vittima assistita dall’avvocata Manuela Demurtas e seguita dallo sportello Vis della Provincia, guidato da Cristina Cerrai

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LIVORNO. «Un uomo che si è posto al centro della relazione familiare (“Mi sentivo trascurato”, ha sostenuto) e che invece si è rivelato un prepotente, convinto di potere accedere alla sessualità secondo la sua volontà. Capace di trasferire sulla vittima il senso di colpa per la sua insoddisfazione, abituato a non rendere conto delle proprie uscite, ma attento ai “ritardi ingiustificati” (così li ha definiti) della compagna. Una relazione in cui la prepotenza dell’uno ha indotto l’altra a ritenere che fosse giusto così, al punto da rimettere a posto la casa oggetto delle sfuriate del prevenuto prima che il figlio se ne potesse accorgere, privata della capacità di analisi critica e della necessaria capacità di reazione di fronte a comportamenti violenti».

Il fatto

È per questo che il gip Mario Profeta lo scorso luglio ha condannato in rito abbreviato a tre anni di reclusione – e al pagamento di una provvisionale di 5.000 euro per la parte civile – un operaio portuale livornese di 57 anni per aver picchiato la compagna quarantottenne davanti al figlio piccolo. Il Tirreno, che aveva già scritto della condanna e oggi scrive delle motivazioni, non ne riporta le sue generalità per non rendere identificabile la vittima, assistita dall’avvocata Manuela Demurtas e seguita dallo sportello Vis della Provincia, guidato da Cristina Cerrai. L’uomo, che ha fatto ricorso in appello, in primo grado è stato ritenuto responsabile dei reati di lesioni, maltrattamenti in famiglia e minaccia a pubblico ufficiale per aver cercato di intimidire i carabinieri intervenuti. «Con l’inizio della pandemia – si legge nella sentenza – l’uomo aveva manifestato segnali di depressione ed era divenuto violento. La quarantottenne lavorava a distanza e lui era convinto che avesse una relazione con un’altra persona, iniziando a distruggere le suppellettili, oltre che il suo computer. Poi l’aveva seguita fino in bagno, colpendola con un pugno al naso e poi con altri colpi alle braccia. Le aveva lanciato contro qualunque oggetto trovato, anche una bottiglia d’acqua, spruzzato sul viso del “Lisoform”, lanciato delle sedie alla presenza del figlio».

L’arresto

Era il 17 gennaio scorso quando la donna ha chiamato i carabinieri facendolo arrestare (ora è libero). «I militari – si legge nelle motivazioni – erano entrati nell’appartamento in cui vivevano l’uomo e la persona offesa, la seconda in lacrime e con un arrossamento al naso. In casa un tavolo con le gambe piegate, alcune sedie e il vetro di una credenza in frantumi. Il cinquantasettenne, invitato a calmarsi, aveva sostenuto che non gli importava nulla dei carabinieri, “quelli che hanno rovinato il sistema”. Aveva minacciato di morte la donna se fosse stato portato in carcere e all’arrivo del 118 se l’era presa anche con loro. Si era rivolto ai carabinieri sostenendo che sarebbe finita male per tutti, poi ha effettuato una telefonata a una persona (definita “Mister”), invitandola a venire con quanta più gente possibile sotto casa per accompagnarlo in ospedale a “fare casino”». La donna verrà dimessa dal pronto soccorso con 21 giorni di prognosi. Poi il processo e la condanna, con il cinquantasettenne che ha iniziato un percorso per uomini maltrattanti. l
 

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