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«Quel barman è troppo qualificato»: il Consolato italiano gli nega il visto
Livorno, il giovane indiano ha fatto ricorso al Tar e lo ha vinto. Ecco le motivazioni
LIVORNO. Ha chiesto il visto al Consolato italiano a Calcutta, la capitale dello stato indiano del Bengala occidentale, per venire a lavorare a Livorno nel bar dello zio. Chiarendo però che il suo progetto è quello di diventare un manager. D’altronde ha una laurea in Economia e commercio e tutti i requisiti per esserlo. Ma il Consolato glielo ha negato. Perché? Perché sarebbe troppo qualificato per lavorare in un bar e perché non parla italiano. Ecco come la burocrazia cieca può fermare i sogni di chi vuole farsi una vita altrove.
In questo caso si tratta di un venticinquenne fresco di laurea. Ha scelto Livorno perché qui avrebbe un appoggio: lo zio che è il gestore della sala bingo, con annesso bar, al centro commerciale Marilia. Ha presentato la domanda di visto per lavoro al Consolato più di un anno fa, il 26 agosto del 2021, e ha ricevuto prima un preavviso di rigetto, poi, dopo un colloquio, il provvedimento definitivo di rifiuto. Il Consolato, stando a quanto ricostruito dal tribunale amministrativo del Lazio, avrebbe motivato il rifiuto sostenendo che lui fosse troppo qualificato per il lavoro di barman, che, inoltre, non conoscendo l’italiano, avrebbe avuto difficoltà a svolgere quella mansione, e infine che «la circostanza che il datore di lavoro sia lo zio – si legge nella sentenza del Tar – fa nutrire dubbi sulla genuinità del rapporto di lavoro o sulle reali ragioni per cui l’istante voglia entrare in Italia». E questo nonostante al colloquio al Consolato lui abbia chiarito che la sua ambizione è quella di lavorare come manager.
Il giovane, attraverso l’avvocato Massimo Manfredini, ha fatto ricorso al Tar e lo ha vinto. Secondo i giudici, anzitutto, «la circostanza che» il 25enne «non andasse in Italia a fare ciò per cui aveva studiato nel proprio paese d’origine non giustificava il dubbio avanzato dal Consolato sulle reali ragioni per cui il richiedente volesse entrare in Italia». Inoltre «il supporto, da parte di uno stretto familiare perfettamente integrato sul territorio nazionale – si legge -, lungi dal rappresentare un elemento idoneo ad alimentare il sospetto di un rischio migratorio, doveva considerarsi un vantaggio e una garanzia rispetto al mantenimento della posizione lavorativa». Infine, per quanto riguarda la non conoscenza della lingua, «non però assumere rilievo ostativo» perché nell’azienda «erano presenti altri dipendenti in grado di interloquire con i clienti; il contatto con il pubblico avrebbe agevolato l’apprendimento della lingua in tempi brevissimi» e anche per il giovane «avrebbe potuto essere d’ausilio all’attività di lavoro dello zio per interagire con gli stranieri, essendo Livorno una città portuale prettamente turistica».
Inoltre, secondo il Tar, «l’elevato livello culturale del ricorrente e dei suoi ambiziosi progetti» rendono «poco verosimile la conclusione che lo stesso non sarebbe in grado di svolgere le mansioni di barista e che non abbia gli strumenti motivazionali o culturali adeguati ad apprendere in tempi brevi la lingua italiana; e ciò anche tenuto conto della collaborazione di cui il richiedente potrebbe beneficiare, sia nell’apprendimento della nuova lingua, sia nell’espletamento dell’attività lavorativa, per effetto dell’inserimento in un’attività economica di “famiglia».
Per sollevare il cosiddetto rischio migratorio, cioè il rischio che lo straniero utilizzi il visto di breve durata strumentalmente, per insediarsi clandestinamente, stabilmente, nel territorio nazionale, il Consolato avrebbe dovuto aprire una «istruttoria rigorosa e coerente». Invece, a fronte di «puntuali osservazioni infraprocedimentali», il Consolato si sarebbe limitato «a ribadire gli stessi argomenti indicati nella comunicazione di preavviso». Da qui la decisione di accoglier e il ricorso.
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