Gioco
Livornese a Il Cairo per insegnare nuoto ai giovani talenti: «Qui mi sento in Nba»
Carlo Chelli, 54 anni, è capo allenatore nel college Usa della capitale egiziana «Ho inviato il curriculum a settembre, mi hanno chiamato, ho detto sì in 24 ore»
LIVORNO. Ci sono un tedesco, un americano e un livornese. Vietato pensare che questo sia l’inizio di una barzelletta in cui un intelligente figlio della nostra città, mostra perspicace prontezza nell’intuire, valutare e trarre una conclusione all’interno di una situazione per buggerare gli altri due. È solo quel che il fato a volte presenta sotto forma di opportunità. Una cosa che sta nel mezzo fra la sfida sportiva, lo stimolo a creare qualcosa di diverso da ciò al quale si è abituati e un’opportunità lavorativa «che di questi tempi non si può certo non cogliere». E così la componente americana, quella tedesca e quella labronica, al posto di preparare un finale divertente, mettono in campo, anzi, in acqua, un progetto di quelli ad ampio respiro. Di quelli che, mentre la sabbia del Qatar ha visto nascere dal nulla gli stadi del Mondiale di calcio, in un altro posto del Medio Oriente, il 14° più popolato al mondo, in una città con oltre 9 milioni di abitanti, le piscine per la pratica del nuoto ci sono già per tradizione in buon numero perché «come a Livorno, il bimbo, o la bimba, devono saper nuotare; anche se lì non tutti possono permetterselo economicamente».
Insomma, a 54 anni suonati, Carlo Chelli è volato a Il Cairo ed è diventato responsabile del progetto natatorio dell’Università americana della capitale («roba da Nba, cose mai viste») e di una società internazionale di nuoto. Che è tedesca, con radici statunitensi e che si chiama Oneflow Aquatics.
«Quello che sta accadendo a Livorno è un caso a parte e lo è grazie alla lungimiranza del sindaco. Ma nel resto del paese, sono rari i casi in cui una amministrazione investe tanto per mantenere in attività le piscine. Per cui, saranno più gli impianti che chiuderanno, di quelli che resteranno aperti. Col rischio di rivivere il 2020, con tutto quel che ha causato il lockdown, impedendo un po’ a tutti di lavorare». Chelli spiega come tutto è nato. In una di quelle giornate in cui accendi il pc e ti metti a esplorare il web, curiosare fra i siti specializzati, istituzionali, internazionali del settore. Entra su SwimSwam, sito americano, dove ci sono pure inserzioni di lavoro in giro un po’ per tutto il mondo. Lì, veniva promossa una posizione lavorativa all’Università Usa de il Cairo. «Il 26 settembre, mando il curriculum e dopo circa una settimana arriva la risposta. Volevano fare un primo colloquio. Attraverso una call, ci siamo conosciuti e abbiamo capito che si poteva andare avanti. È seguito un secondo appuntamento, poi il terzo di fine ottobre, accompagnato dall’invio dell’offerta di lavoro. Ho accettato in nemmeno 24 ore e, a quel punto, ho atteso l’invio del biglietto per il volo». La campagna nasce ufficialmente il primo novembre, Chelli arriva in Egitto il giorno dopo, sbarcato dall’aereo in piena notte «stando fino al mattino a bordo di un’auto girando per la città e cogliendo delle essenze che il turista medio difficilmente può fare. Una cosa non voluta ma dettata dalle necessità di far trascorrere il tempo; fino alle 8 non avrei avuto la disponibilità del mio appartamento. Ma è stato affascinante».
Carlo racconta la mission. «Il progetto è ambizioso. Piscine in ogni luogo, impianti polisportivi in quantità industriale. Pochi giorni fa, ci sono state le prime competizioni dedicate ai giovani e, in una gara nazionale, fra le poche per il momento che si vedono riservate a ragazzi di 11-12 e 13 anni, ho visto nella 50 stile libero della categoria dei più piccoli, 1366 partenti. Il nuoto, laggiù, è uno sport nazionale. Ma una cattiva cultura, alla fine disperde la grande base, non arrivando mai ad avere atleti di vertice. L’Academy, nata dalla società tedesca e dall’Università Americana, è una scuola con brevetti Swim America, praticamente il top in un paese che vede gli States come punto assoluto di riferimento per questa disciplina». Ormai stiamo andando incontro alla stagione di fermo. Le piscine sono tutte allo scoperto e, pur non facendo mai freddo, questo è il periodo meno caldo dell’anno. Tuttavia, sono già tanti i ragazzi che si sono iscritti in pochi giorni, superando le più rosee previsioni. Oltre 200. Se ne riparla a febbraio. Saranno davvero un esercito. Una piacevole sfida per Chelli.
La realtà è grossa, i numeri, al di là dei ragazzini, sono immensi: 7800 studenti tra quelli iscritti ad un corso di laurea, e quelli che sono lì per un master. Quelli migliori, sono seguiti dallo staff di Carlo. «Ma rappresentano una parte minore e comunque l’investimento vero è sui giovani. A livello universitario, si mira ad avere qualcuno che raggiunga un livello normale per gli incontri fra università del paese e con quelle di altri paesi africani. Quello per cui sono arrivato ha per scopo il raggiungimento di veri risultati sportivi».
Livorno sempre nel cuore e nell’anima, come quando ha risposto con il semplice «de» in senso affermativo, alla domanda di una insegnante italiana nello stesso ateneo che si era rivolta a lui per iscrivere la figlia al corso di nuoto. Dopo qualche parola in inglese, la donna ha esclamato: «ah tu sei italiano. ..». Il de, in pochi giorni è diventato intercalare diffuso fra le piscine dell’università. «Ogni giorno imparo un paio di parole nuove. Loro dicono come noi diciamo de, yalla yalla. Vuol dire andiamo. Mi ricorda quello “scialla, vai...” che si usava fra ragazzetti livornesi, per indicare poco educatamente all’interlocutore di andarsene. Accadeva in caso di litigio e precedeva una eventuale zuffa vera e propria. Parole che testimoniano come a volte è questione di etimologia. Tante parole livornesi, hanno origine da parole di altre lingue. Pensiamo al cacciucco e a una delle ipotesi che possono avere originato la parola: il turco küçük che si pronuncia kuciuc. Qui, ad Il Cairo, tanti egiziani, ora dicono de. Pure alla fine di un discorso in arabo o in inglese. Gli ho attaccato la febbre labronica e questo mi piace».
Chelli fa un po’ da apripista, consigliando un’esperienza da quelle parti. «Ci sono delle borse di studio, 30 all’anno per gli sportivi. Un ragazzo livornese che pratica uno sport, anche non a livelli di estremo vertice, potrebbe fare domanda. Minimo, contribuiscono loro con metà della retta. A seconda della disciplina, invece, interamente a carico della facoltà. Ti fai una laurea internazionale e non trascuri il tuo futuro. Qualche ragazzo di Livorno, ci pensi. Qui, si sta veramente bene».
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