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Mamma, tre figlie e un segreto. L’esordio letterario di D’Echabur: «Dentro ci siamo io, Irene e tutte le donne»
Nel 2017 il libro “Non scriverò la tua storia” era già pronto, poi la malattia e la perdita della figlia: «Avevo abbandonato il progetto, ora grazie a a Gigliola e Laura siamo risucite a portarlo a termine»
LVIORNO. Si intitola “Non scriverò la tua storia”. E invece eccoci qua a raccontare il primo romanzo di Stefania D’Echabur in uscita a dicembre. Mamma, nonostante il dolore per la scomparsa delle figlia Irene. Vulcanica, nonostante le ferite, impegnata «a volte per restare viva». Scrive nella prefazione Paolo Cosci, professore di lettere e poeta: «Il racconto parte dall’oggi ma fin da subito si dipana in un percorso a ritroso che la protagonista compie nel tentativo di ricostruire le proprie radici . La storia narrata è appassionata e intensa, è uno scandaglio del cuore, di un’anima, di un passato cui l’autrice non rinuncia nonostante la paura paralizzi i sentimenti e ‘cristallizzi ogni slancio’; Stefania porta a termine la sua storia, chiude il suo cerchio pieno di intoppi ma lo completa».
Come nasce l’idea del romanzo?
«Doveva uscire nel 2017. Poi stare vicino a Irene è diventata la priorità e questo lavoro è stato messo in una cassetto nonostante fosse finito e fosse necessario solo scegliere la copertina».
Poi che cosa è successo?
«Gligliola e Laura, della casa editrice Erasmo, qualche tempo fa mi hanno contattato dicendomi che era un peccato aver abbandonato il progetto del libro. E mi hanno convinto a riprendere il mano il romanzo. Di questo la ringrazio».
Ci parla della storia
«È una storia importante, con un lieto fine. È incentrata sul dramma e su un segreto che emerge grazie a Susanna, la protagonista. Traccia la vita dei distacchi, poi mette insieme pezzi, conversazioni, libri. Alla fine la figlia riesce a carpire un segreto e da lì rinasce. E si chiude un cerchio. L’ho pubblicato perché ci sono degli strumenti che possono servire ad altre donne, che possono avere storie analoghe».
La sua vita invece come va?
«Il dolore alla fine è afrodisiaco, ti fa stare nella follia. Si folleggia. E si va avanti».
Nel romanzo un elemento chiave sono i social. C’è una autobiografia dietro a questa scelta?
«Dentro c’è un po’ di me. La storia è drammatica. Durante il romanzo viene ricostruito un vuoto lungo 50 anni dove una madre anziana viene a contatto con la figlia e attraverso i post c’è un dialogo e anche una riscoperta. Si tratta dell’utilizzo corretto dei social, che a volte è schifoso, ma altre può essere utile e bello».
Chi la conosce sa che spesso condivide pensieri e ricordi che riguardano sua figlia.
«Sono sempre stata una persona per la quale il privato era privato. Quando vedevo scritto sui social certe cose mi sembrava esagerato. All’inizio non riuscivo a scrivere, quando mi sono riaffacciata a Facebook scrivevo pensieri, ricordi di Irene. Poi si è innescato un meccanismo, pensavo che durasse pochi giorni. Ormai sono trenta mesi. La cosa bella sono le persone che mi scrivono in privato per ringraziarmi: “Attraverso te ho conosciuto Irene”. Oppure: “Grazie a quello che hai scritto riesco a essere una madre migliore”. E poi i sono detta una cosa: “Meglio che Irene la ricordi io che gli altri”».
L’altro giorno ha consigliato alle mamme di fare con i figli cinque minuti di parolacce...
«È vero, sa che una mamma dopo mi h ascritto, mi ha detto che ha provato a farlo con il figlio e che adesso non dice più parolacce». l
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