Gioco
Frau, Vitto l’indiano e Raffalli per il murale dedicato a dj Cioni: «Un maestro per tutti, lo meritava»
Le parole e gli aneddoti di chi è cresciuto con l’autore di Arizona: :«Nel 1976 feci con lui un corso, e dopo ho cominciato a lavorare in discoteca negli anni Ottanta»
LIVORNO. Ci sono tutti gli amici e i disc jockey, che hanno lavorato per mesi col preciso intento di arrivare all’obiettivo: dedicare un murale al collega che ha cambiato la storia di un mestiere. Primo l’infaticabile Giovanni Frau, che introduce l’evento da una consolle improvvisata sistemata sopra un autocarro a fianco del murale inaugurato in via dei Pensieri . E nell’aria si disperdono le note di Riccardo Cioni, di pezzi come Arizona, che hanno il magico potere di scaraventare l’ascoltatore indietro nel tempo: altro che la "Delorean" di Doc Brown e Marty McFly di "Ritorno al futuro", è un viaggio nel passato, nella preistoria - bella e romantica - delle prime discoteche. «Un sogno che si realizza - dice Frau -. In sei mesi, ho creato questa bella cosa, con la famiglia che mi ha dato fiducia. Sono molto felice di aver fatto questo per Riccardo. Non posso dire che fosse mio fratello, perché i fratelli sono solo quelli veri; ma un grande amico sì. Fin da ragazzo l’ho sempre seguito. Riccardo era un grande artista con la musica nel cuore: ha creato gli scambi, i mixaggi: negli anni 70/80, ha portato a noi e a tutti i dj una cosa meravigliosa, il fascino di mettere un brano unito a un altro. Era un’intuizione sua e noi gli siamo andati dietro. Mi diceva: "Te hai bisogno di un buon dottore", perché non riesco a stare fermo, devo organizzare, mi piace aiutare, fare beneficenza».
Una location significativa. «Lui abitava qui vicino ed è sepolto al cimitero della Misericordia. Abbiamo formato un triangolo in onore di un artista che ha dato tanto a quattro generazioni». C’è un progetto per il futuro. «Il percorso - va avanti Frau - proseguirà con un’altra idea avuta insieme alla famiglia: serate mirate per contribuire a mettere defibrillatori in certe strutture. Faremo una raccolta fondi». Tanti i dj labronici presenti: come Vittorio "l’indiano": «Riccardo mi ha insegnato tutto, quarantatrè anni fa appresi grazie a lui questo mestiere. Una persona semplicissima e umilissima per tutto quello che ha fatto. Un vero amico. Abbiamo realizzato questo progetto per ricordarlo ancora di più». C’è Carlo Raffalli:«Nel 1976 feci con lui un corso, e dopo ho cominciato a lavorare in discoteca negli anni Ottanta; poi ci fu il primo disco no stop realizzato negli studi all’Ardenza e di lì l’evolversi di questo lavoro che io amo. Era l’unico dj che mi piaceva veramente perché aveva un’innovazione per lavorare, trascinava la voce, aspetto molto importante. Per me è stato più di un amico, solare, se ti poteva dare una mano te la dava. E mi fatto davvero piacere, nel mio piccolo, contribuire alla realizzazione del murale, che si merita».
Una chicca arriva anche da un altro personaggio presente all’evento: il pittore e attore Antonio Cristiano. «Riccardo l’ho scoperto musicista in un complesso insieme a Pino Guerri, quando ero direttore della sala da ballo a La Rosa. Era un ragazzino che suonava la batteria, poi passò al basso, e infine è diventato quello che sappiamo. L’ho sempre seguito nell’arco della brillante carriera, un ragazzo tranquillo, aveva l’orecchio assoluto». Poi arriva la storia che pochi sanno. «Nel 1980 ci siamo trovati sul set del film di Oscar Brazzi, "Champagne. .. e Fagioli": io ero un popolano, lui invece interpretava un cadetto dell’accademia navale. Ma fuori dall’ordinario, dato che portava i capelli lunghi. Siamo stati due mesi insieme. Un film che segnò l’inizio di un filone all’italiana». E aggiunge. «L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato invece in occasione del mio compleanno, nel 2014, quando, con amici, ci recammo al Romito. Quando mi vide cominciò a parlare al microfono facendomi gli auguri, e tutti i presenti fecero la stessa cosa. Mai avuti così tanti auguri di compleanno in vita mia».
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