Il Tirreno

Livorno

In tribunale

Usura a Livorno, il racconto di una vittima: «Gioco alle slot e chiedevo i prestiti agli strozzini»

di Stefano Taglione
Soldi, orologi e assegni sequestrati un anno fa dai carabinieri ai Lonzi
Soldi, orologi e assegni sequestrati un anno fa dai carabinieri ai Lonzi

Otto imputati nel processo che vede sotto accusa tutta la famiglia Lonzi. L’inchiesta nasce dalle rivelazioni di Riccardo Del Vivo, condannato per l’omicidio di “Cacciavite”, Alfredo Chimenti

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LIVORNO.  «Giocavo alle slot machine, per questo avevo bisogno di soldi. Ma ho sempre restituito tutto, pagando le rate puntualmente. Trattavo con Giuliano Lonzi e ci trovavamo ai Quattro Mori. È lì che mi consegnava i gioielli da portare al “Compro oro”, dove monetizzavo i 35 euro al grammo che avrei poi dovuto restituire alle quotazioni di 50-60. Penso di aver preso cinque preziosi dal costo da 1.000-1.250 euro. Li restituivo con rate di 200-250 euro al mese».

A parlare – davanti al collegio del tribunale presieduto dal giudice Ottavio Mosti, a latere Andrea Guarini e Alberto Cecconi, con il pm titolare dell’accusa Niccolò Volpe – è una delle vittime di usura della famiglia Lonzi. «Quanto giocavo? Non lo so. Sa, quando si inizia poi…». Sono stati circa 15 gli episodi documentati fra usura ed estorsione nell’ambito di quest’inchiesta.

GLI IMPUTATI

Gli imputati sono Giuliano Lonzi (73 anni), il figlio Gionata (di 51), la moglie settantanovenne Bruna Martini (si occupava della contabilità) e uno dei fornitori dei preziosi, soprannominato “L’orefice”, il settantaduenne Valter Giglioli, residente a Livorno e originario di Empoli, in provincia di Firenze. Quest’ultimo, pur non essendo un commerciante, attraverso le sue conoscenze sarebbe riuscito comunque a reperire orologi e gioielli di valore. Il modo in cui avrebbero agito passava attraverso l’oro: la cessione di gioielli a debito – con un prezzo fra i 45 e i 60 euro al grammo – con l’obbligo, per chi li riceveva, di consegnarli in un “Compro oro” per incassare la somma, pari però a 22-24 euro al grammo, molto meno dell’importo da saldare allo “strozzino”. Nella fattispecie il negozio era quello dell’imprenditore Stefano Bendinelli, 68 anni, al quale Giuliano Lonzi subito rimborsava i soldi a un prezzo intermedio, 30-35 euro al grammo per garantirgli un buon guadagno, per poi iniziare a incassare l’importo a rate dai debitori, fino a mille euro al mese per erodere l’ammontare e 150 euro di interessi alla settimana. Bendinelli, insieme a Giglioli, viene ritenuto dalla procura il fornitore abituale dei gioielli. Fra gli imputati per estorsione anche l’ottantatreenne Cafiera Lonzi, sorella di Giuliano.

ESTORSIONI

Ma la rete dei collegamenti non è finita qui. Perché nell’inchiesta, grazie alle intercettazioni, entra anche un altro protagonista. Si chiama Andrea Polinti, ha 55 anni e gli imprenditori si sarebbero rivolti a lui per recuperare i crediti che, da soli, non sarebbero riusciti a incassare. Avrebbe picchiato a sangue due presunti debitori (minacciandoli in un caso pure con coltello e pistola, con un colpo partito e finito nel muro) mentre – in questo caso con l’albanese di Cascina Olsi Beshiri, anch’egli fra gli imputati – avrebbe picchiato pure un debitore di quest’ultimo. «Gli vedevo le membrane – si è vantato Polinti dopo uno dei vari pestaggi – era insanguinato e avrà consumato sette-otto asciugamani».

IL PROCESSO

L’inchiesta nasce dalle rivelazioni di Riccardo Del Vivo, condannato per l’omicidio di “Cacciavite”, Alfredo Chimenti, ucciso nel 2002 in piazza Mazzini. Il settantatreenne, oggi collaboratore di giustizia, ha aperto loro nuove strade della criminalità labronica, rivelando da una parte i dettagli del delitto, dall’altra il giro di usura ed estorsione ora a processo.

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