Il Tirreno

Livorno

L'iniziativa

«Il Kurdistan ci tocca un po’ tutti». A Livorno la lezione a fumetti di Zerocalcare

di Simone Fulciniti

	Zerocalcare firma dediche e parla all’incontro
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Zerocalcare firma dediche e parla all’incontro

Il disegnatore presenta il suo ultimo libro negli Hangar creativi stracolmi di gente. Al punto che, nel corso della serata, c’è una sorta di ricambio del pubblico, per permettere a tutti di ascoltare qualche parola

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LIVORNO. Hangar creativi a tappo, tanta gente rimasta fuori. Al punto che, nel corso della serata, c’è una sorta di ricambio del pubblico, per permettere a tutti di ascoltare qualche parola da parte di Michele Rech, in arte Zerocalcare, fumettista, diventato celeberrimo dopo la serie di animazione prodotta da Netflix "Strappare lungo i bordi". A Livorno l’artista presenta il suo libro reportage a fumetti "No sleep till Shengal", ospite dell’associazione Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia, che festeggia il settimo anno dalla nascita. Alican Yildiz, il presidente, ricorda quanto bene l’associazione sia riuscita a fare in questi anni: la costruzione di un ospedale nel 2018, l’invio di 350mila euro nel nord della Siria per combattere il covid, e l’attuale raccolta dei 45mila euro necessari per realizzare una clinica proprio a Shengal.

«Da otto anni - dice Rech, entrato in scena dopo il saluto del sindaco Luca Salvetti - cerco di raccontare quello che succede in quella zona particolare del Kurdistan e di come si sta conducendo a riflettori spenti una battaglia che dovrebbe toccarci perché riguarda temi che sono importanti anche nella nostra società». Il viaggio che ha ispirato il libro comincia nella primavera 2021 quando Zerocalcare vola in Iraq, per incontrare gli ezidi di Shengal (perseguitati per secoli per motivi religiosi) protetti attualmente dalle milizie curde. Con l’obiettivo di documentarne la realtà. Un’avventura resa ostica e complicatissima dalle diverse forze politiche e militari che si spartiscono il controllo del suolo iracheno.«Racconto quello che sta facendo l’autonomia di Shengal, una regione del nord Iraq dove gli ezidi, che sono stati massacrati dall’Isis nel 2014, sono tornati e insieme ai curdi che gli hanno aiutati a liberare quella zona. E stanno cercando di costruire una società fondata sulla parità di genere, la distribuzione delle ricchezze, la convivenza tra i diversi popoli e si trovano oggi minacciati non solo dal fondamentalismo ma anche dalla Turchia da un lato e da dagli stati centrali iracheni dall’altro». Incalzato dalle domande della giornalista del Tirreno Melania Carnevali, prosegue «sono molto contento di quest’evento a Livorno, con Mezzaluna Rossa. Una delle due strutture verso quali indirizzo coloro che vogliono dare un contributo concreto. Conosco il loro operato e ho visto quanto prezioso è stato l’aiuto che hanno dato in quelle zone».

Un viaggio molto complesso. «Un incubo: per un percorso di tre ore e mezza di macchina, ci abbiamo messo quasi quattro giorni. Quando mi hanno proposito di andare in Iraq avevo sottovalutato il rischio. Pensavo fosse più semplice: un territorio pacificato, con poco Isis e parecchie missioni archeologiche. Quindi ho pensato "se ci vanno gli archeologi posso andare anche io"».Ma la realtà è un’altra cosa. . «L’Isis esiste sotto forma di cellule dormienti ed è una minaccia continua. Un paese talmente frammentato che ogni chilometro trovi un check point gestito da diverse autorità. Siamo stati respinti, alle volte anche fermati e interrogati da agenti del servizio segreto turco: capivo pochissimo ed ero molto agitato. Per fortuna nella nostra delegazione c’erano persone più grandi e battagliere e probabilmente ci hanno aiutato a risolvere le situazioni. Quello che avevano in comune tutte le entità era il fatto di non volere che la gente arrivasse a Shengal». La paura sempre al fianco. «Raccontarla è un modo umano che consente al lettore di identificarsi. Le mie sono quelle che condividono la maggior parte delle persone. E poi quando mi metto a narrare una vicenda così lontana, difficile per il lettore che spesso non l’ha neanche sentita nominare, provare a trasmettere una parte di paura, è un modo per stabilire una connessione. Il rischio è quello di diventare piagnone: e la parte ironica serve a tamponare questo rischio».

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