Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Paolo Ruffini, il Covid e il nuovo film: «La pandemia ha ferito i giovani, ora serve sognare in grande»

Ruffini  sul set del film Ragazzaccio
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Ruffini sul set del film Ragazzaccio

Giovedì 3 novembre esce nelle sale “Ragazzaccio” il nuovo lavoro del regista livornese, tra i protagonisti Sabrina Impacciatore, Massimo Ghini e Beppe Fiorello

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Intelligente, acuto, ben centrato sul presente e con due occhi celesti guizzanti che dimostrano di aver afferrato bene il mondo reale e di saperne più di molti altri sul cinema e la società. È questa l’impressione globale che esce dalla (bella) chiacchierata con Paolino Ruffini fatta in occasione della presentazione del suo nuovo film da regista “Ragazzaccio”, in uscita nelle sale italiane dal 3 novembre (il 5 novembre alle 21, 30 Ruffini accompagnerà il film nella sua città, ai 4 Mori) .

“Ragazzaccio” è un film molto importante nella carriera dell’artista, alla sua quinta regia “in solitaria” (“Up & Down – Un film normale” e “Perdutamente”, i due documentari sulla diversità e l’Alzheimer che ha realizzato negli ultimi anni, sono co-regie) , il primo lavoro dove fisicamente non recita, un film che ha anche scritto interamente e nel quale ha chiamato a dar vita ai personaggi tre attori straordinari del nostro cinema come Sabrina Impacciatore, Massimo Ghini e Beppe Fiorello.

Ruffini, cos’è per lei “Ragazzaccio”?

«È un film a cui voglio molto bene. Ambientato agli esordi del Covid e del Paziente 1, è la storia di Mattia, un bullo che, come spesso capita ai bulli, è bullizzato dagli altri. Non è un bullo che nasce tale, è così perché ha una carenza affettiva, di “educazione sentimentale” proprio. A questo ragazzo così fragile, gliene capitano di tutti i colori. La sua situazione di partenza non è delle migliori: la famiglia è anaffettiva, è una situazione di tipo medio o mediocre. Il padre, Massimo Ghini, è infermiere (e ad un certo punto si ammala) , la mamma, Sabrina Impacciatore, è manesca e incasinata. Ha un professore, Beppe Fiorello, che prova a scuoterlo. Ma quando il mondo si chiude, Mattia è portato a pensare: “Ho ragione io, il fuori fa schifo”. Che è stata poi la condizione di tanti ragazzi. Ma la cosa più contagiosa al mondo non è un virus, è l’amore».

Come ha reclutato il suo cast?

«Li ho convinti ad accettare il film attraverso la sceneggiatura e per me è stata una soddisfazione incredibile. Pensavo a loro ma quasi non avevo il coraggio di proporglielo. Sabrina Impacciatore, che non conoscevo prima delle riprese, mi ha richiamato subito per accettare il ruolo. Il suo è il personaggio più complicato: è stata immensa. Ghini ha un monologo di sei minuti che ha girato praticamente al primo ciak, Beppe Fiorello una parte lunghissima. Tutti si sono dati tantissimo, il risultato è proprio quello che volevo e questo mi emoziona. È un film incantato».

Il protagonista, Alessandro Bisegna, invece, è giovanissimo. Che ci dice di lui?

«Quando l’ho scelto era esordiente. È il fratello di Bise della coppia di Youtuber Matt & Bise. Ero andato ospite di una loro “diretta” e dissi che cercavo un ragazzo con determinate caratteristiche. E Bise ha esclamato: “Mio fratello è esattamente così!”. Aveva ragione. Il mio protagonista era davvero lui. Non ho fatto casting. È stato un autentico prodigio.

Il suo film è stato presentato al “giffoni” e ha centrato perfettamente l’ottica dei ragazzi. la sente sua?

«Il film è stato pensato nel marzo 2020, momento in cui è anche ambientato, ed è stato girato nel marzo 2021. Quando lo realizzavamo mi sono detto: “Vabbé, mi metterò in coda”. Quando uscirà tutti parleranno solo di questo fenomeno. Arriveranno gli “utori, i grandi del Cinema, e racconteranno la sofferenza dei ragazzi come me sto facendo io”. Invece, sono usciti pochissimi film sulla pandemia o che alludono ad essa, e tutti hanno bypassato il punto di vista dei giovani. Sembra che il Cinema non sia interessato a questo tema».

Cos’hanno significato per un giovane le restrizioni e i lockdown?

«Se ci pensate bene, quando un ragazzo deve espiare qualcosa la prima cosa che gli viene detta è: “Te non esci e non vedi più i tuoi amici”. Che è quello che è successo. Per mesi. E nessun giovane aveva fatto niente per meritarselo. È stata una maxi-punizione collettiva immeritata. A mio avviso, è stato sottovalutato il torto che hanno subìto i ragazzi. Non hanno avuto la facoltà di vivere la propria vita, non hanno avuto la possibilità di andare a scuola, di confrontarsi con i compagni di banco, ma soprattutto non hanno avuto la possibilità di innamorarsi».

Come definirebbe il mondo che ha descritto in “Ragazzaccio”?

«Reale. Realistico. Il linguaggio è vero. I miei non sono i giovani delle fiction. Ho cercato la verità, anche nel parlato. Ci sono tante parolacce. Ma i ragazzi dicono le parolacce. Si esprimono così, non potevo toglierle, non avrebbe avuto senso. È un film un po’ aspro e rude. Ma è il registro è quello della verosimiglianza».

Oltre a quelli causati dalla pandemia, crede che i ragazzi, oggi, abbiano qualche altro problema?

«Uno dei problemi collaterali di quest’epoca, a mio avviso, è anche “la visione”. Il cinema, a me, ha salvato la vita. Anche dalla solitudine. Ho passato interi pomeriggi a guardare film sul grande schermo. Io ho girato “Ragazzaccio” pensando alla sala cinematografica. Ho usato il fotogramma allargato, anamorfico, per sviluppare il senso dell’orizzontale. Ma i ragazzi sono abituati al cellulare, alla visione verticale: pensano in verticale. Si stanno abituando alla visione ristretta dei cavalli. Se mettiamo un giovane a vedere “C’era una volta in America” di Sergio Leone sul grande schermo, probabilmente, non saprebbe dove guardare: è troppo grande, troppo “largo”. Questo è un problema che viene da una educazione allo sguardo che manca per i giovani. Bisogna riabituare i ragazzi a guardare in orizzontale. È il linguaggio dei sogni. I sogni non sono limitati: i sogni sono orizzontali, sono in widescreen. Guai quindi, bimbi e bimbe, a sognare in maniera ristretta».

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di Redazione web