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Commercio in lutto, addio Ughi “artista del gelato”. «Il suo bar ha fatto la storia di Livorno»

Commercio in lutto, addio Ughi “artista del gelato”. «Il suo bar ha fatto la storia di Livorno»

Dalla prigionia in Germania al locale in via Grande, avrebbe compiuto 100 anni a febbraio. Amico di Renato Natali, Gino Bramieri andava nel suo locale a caccia di spunti per le nuove barzellette

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LIVORNO. Giovanni Ughi ha tenuto insieme il dolore della prigionia e la dolcezza per la vita. O forse ha compensato con la seconda ciò che ha sofferto nella prima. Tant’è, per più di trent’anni, dal 1951 al 1983, il bar in via Grande che portava il suo nome è stato il punto di riferimento per migliaia di livornesi e non solo. Proseguendo e rilanciando una tradizione familiare che resiste ancora.

Perché dentro a quelle pareti, tra tavoli in legno e profumo di caffè tostato, generazioni di bambini hanno imparato a mangiare il gelato artigianale Carpigiani. Appena aperto solo tre gusti: cioccolato, crema o panna. Mentre i genitori inzuppavano il frate dentro al vero ponce alla livornese. Un magia dentro al locale incastonato nel chilometro dei sogni di un’altra Livorno, tra le stelle del cinema teatro la Gran Guardia e il negozio di giocattoli Formichini. «Prima il balocco, poi il gelato», dicevano i genitori.

Un luogo unico dove potevi incontrare Renato Natali «a casa abbiamo le sue dediche», oppure incrociare, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Walter Chiari e ascoltare Gino Bramieri chiedere a chi stava dietro il bancone l’ultima storia divertente dalla quale pescare lo spunto giusto per la prossima barzelletta da raccontare in televisione.

Di quell’universo sorridente e fiducioso Giovanni Ughi, scomparso ieri a quasi cento anni (li avrebbe compiuti il 16 febbraio), è stato custode e protagonista, insieme ai fratelli Piero (che gestiva il bar di via Ernesto Rossi) e Ugo, e il cognato Amos. Ma soprattutto assieme a una famiglia numerosa che ha fatto la storia dei bar in città. «Pensate – racconta Piero davanti alla camera mortuaria dove oggi alle 9 si svolgeranno i funerali – che nostro padre aveva sette fratelli. E a partire dal 1903, quando è stato aperto il primo, ognuno di loro aveva un bar in via Grande». I nomi sono mitici: Universale, Toscana, Italia. Poi La Bottega del vino, il Boston, Campari. In pratica, volendo fare l’albero genealogico dei locali di famiglia, i nonni dell’ultimo bar Ughi, ancora in città, quello in Coteto gestito da Andrea Bargellini, nipote di Giovanni, e famoso anche per essere il preferito da Massimiliano Allegri.

Uno spartiacque per gli Ughi, e in particolare per Giovanni, è stata la Seconda Guerra mondiale. Lo stesso Giovanni, in una serie di video interviste per la Banca della Memoria a raccontare l’orrore vissuto tra il 1943 e il 1945. «La mia esperienza da prigioniero incominciò il 9 settembre, giorno dopo l’armistizio. Fui catturato dai tedeschi ad Alessandria. Dalla caserma di Gradara, vicino a Mantova fummo portati alla stazione e caricati su dei carri bestiame. Una volta rinchiusi partimmo per la Germania». E cominciò l’incubo. La fuga dopo due anni trascorsi tra prigioni, fame e lavori nei boschi a tagliare legna è un’avventura che somiglia a un film. «Rubammo quattro biciclette ai tedeschi e da Berlino partimmo per Italia. A Norimberga fummo fermati da alcuni soldati americani che volevano trattenerci perché ci consideravano loro prigionieri. Fortunatamente trovammo un ufficiale di origine italiana che ci dette un lascia passare per arrivare al Brennero. Arrivati al confine però fummo rimandati indietro perché non era possibile passarlo singolarmente ma solo mediante mezzi in colonna. Così tornammo indietro e a Innsbruck fummo scortati dagli americani». Finalmente il ritorno a casa: «Ricordo come se fosse ieri che quando arrivai in piazza Grande non c’era più nulla. Io ero completamente spaesato, non sapevo dove andare e sopratutto che fine avesse fatto la mia famiglia». L’emozione del primo abbraccio con mamma e babbo, poi l’inizio dell’avventura imprenditoriale e i riconoscimenti arrivati dal presidente della Repubblica Sandro Pertini e dall’allora presidente del consiglio Giovanni Spadolini per aver combattuto per la libertà.

«Mio padre – racconta la figlia Stefania – non avrebbe mai smesso di lavorare. Addirittura quando chiuse il bar andò prima dal fratello e poi anche dai cugini alle agenzie ippiche». I suoi ricordi e molti aneddoti da mettere in cassaforte li ha regalati al nipote Gian Marco Mura e agli studenti delle scuole di Colle a cui ha fatto lezione «grazie al sindaco Lorenzo Bacci» fino a qualche anno fa. «In un quaderno – racconta il nipote – ho trascritto la storia dei bar di famiglia. Nonno mi ha raccontato tanti aneddoti sia della prigionia che delle amicizie. Era appassionato di sport e fino all’ultimo mi chiedeva che cosa aveva fatto l’Inter, la squadra del cuore».

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di Redazione web